Le otto montagne

Le otto montagne
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

La montagna è stata da sempre croce e delizia per Pietro, chiamato a condividere sin da piccolissimo la passione del padre per quel mondo incontaminato che sono le Alpi. Ma Pietro in realtà, almeno fino all’adolescenza, è più attratto dalle praterie alpine, dalle torbiere, dai torrenti e dalle bestie al pascolo. La montagna in cui la vegetazione scompare e il mondo diventa di un unico grigio prevalente, il mondo aspro, inospitale e puro è invece quello in cui il padre, lontano dalle preoccupazioni di una vita in fabbrica triste e senza scopo, ritrova il suo elemento naturale e torna felice. È proprio a Grana, piccolo paese della Val D’Aosta, che la famiglia di Pietro, residente a Milano, prende in affitto una casa per passare le vacanze estive, una specie di rifugio soprattutto per la madre, con un passato da infermiera e il bisogno continuo di fare qualcosa per gli altri. A Grana, nel 1984, abitano 14 persone, tra queste ce n'è una in particolare che sin da subito è destinata a diventare l’amico inseparabile di Pietro. Bruno è poco più grande di lui, nato e cresciuto su quei monti, con un padre sempre assente e una madre silenziosa, ha già il cammino segnato da chi ha deciso che diventerà un montanaro. Senza un’educazione, senza grandi ambizioni ma con una sensibilità molto affine a quella di Pietro con cui condivide la passione per le arrampicate e per i libri, Bruno entra nelle grazie anche dei genitori di Pietro che cercano in ogni modo di offrire al ragazzo nuove opportunità di crescita. Ma l’opposizione della famiglia costringe ogni buon proposito a naufragare, gli anni passano, Bruno continua a rimanere a Grana, Pietro, diventato ormai maggiorenne, non frequenta più quei luoghi, preferendo la città, la scuola di documentarista e un futuro che nulla più sembra avere a che fare con quello che suo padre aveva pensato per lui. Il padre di Pietro muore di infarto quando lui ha trentuno anni e gli lascia una piccola, inaspettata eredità. Sarà questo il motivo per cui l’uomo finirà per tornare a Grana, incontrerà nuovamente il suo amico di un tempo e scoprirà cose di sé di cui fino a quel momento non immaginava nemmeno di aver bisogno…

Questa storia Paolo Cognetti l’ha sempre avuta dentro di sé, qualcosa di ancestrale che è cresciuto con lui e che lo ha accompagnato anche nel corso delle sue precedenti pubblicazioni. Basterebbe ricordare per tutti Il ragazzo selvatico - Quaderno di montagna in cui i temi della solitudine sui monti, della vita lontano dalla città e soprattutto della libertà come scelta consapevole e a volte dolorosa diventano un meraviglioso inno alla natura e alle sue incredibili bellezze. La Val d’Aosta allora, la Val d’Aosta adesso, quasi a voler significare che certi luoghi piantano radici così salde dentro di noi da diventare parte integrante della scenografia d’intorno. Cognetti sapeva di voler scrivere una storia su un padre e un figlio e su un’amicizia tra uomini oltre che una storia profumata di larici e abeti, costeggiata da torrenti, colorata dalle nevi perenni e sincera come la vita. Un racconto che parte dal concetto di famiglia, con tutte le contraddizioni e i conflitti che animano un nucleo normale e ordinario come ce ne sono tanti. Un poetico universo di aspettative disilluse nei vecchi e nei giovani, in chi resta e in chi va per ritornare. Un padre scontroso, pieno di rabbia e rancore che ama i suoi monti in maniera totalizzante e assoluta, un uomo che cerca di trasmettere al figlio lo stesso amore, la stessa passione per la fatica, il gusto della salita, la frenesia della vetta e un figlio che di quella sconfinata dedizione non sa che farsene. Pietro è un solitario e capisce suo padre sempre meno, lo segue di malavoglia, ha altri interessi, legge Mark Twain e Hemingway, percepisce un’attrazione scomposta verso quei luoghi che un po’ lo calamitano e più spesso lo respingono. L’incontro con Bruno giunge provvidenziale per spezzare quella sorta di primaria avversione verso la montagna, con Bruno Pietro scopre il gusto delle arrampicate, negli inverni più duri anche il piacere di salire su vette altissime. Bruno è anche la chiave di volta di un processo di conoscenza che riporta Pietro ormai adulto a capire la parte bambina che aveva lasciato indietro. Potrebbe essere facile etichettare questo libro come un romanzo di formazione, cosa che in parte rappresenta ed incarna ma che non basta a rendergli sufficiente giustizia. Le otto montagne è prima di tutto una storia di rispetto e di amore. Il rispetto che viene dall’accettare la natura e i suoi ritmi così come dall’accogliere le persone per quello che sono senza cercare di farle diventare qualcosa di diverso. L’amore che si genera dal saper fare un passo indietro ma anche dallo scegliere di non farlo per non tradire se stessi. Bruno in questo incarna la coerenza più perfetta di un uomo che ha scelto da sempre e continua a scegliere la solitudine e il silenzio, che ordina le parole per farne contorno ma che sa ancorare la sostanza e il centro su principi diversi. I veri montanari in effetti ce li hanno descritti sempre un po' così: coriacei, duri, abituati al buio, alla paura, ai pasti frugali e alla stanchezza dopo la salita. Sono gli uomini che non hanno bisogno di niente che non sia la mancanza di compromessi e un orizzonte più largo in cui perdersi. C'è chi come Bruno riesce a mantenersi saldo, c'è chi, come Pietro e suo padre, tenta una mediazione ma resta in bilico continuo tra ciò che vorrebbe essere e tutto quello che la società, il denaro, le responsabilità e la sopravvivenza lo costringono a diventare. Un dissidio che si fa forte nelle generazioni più giovani, costrette a fare i conti con una società incapace di rispondere ai loro bisogni e sempre più spinti alla ricerca di valori diversi. Cognetti, che di quella generazione si fa portavoce già da molti anni attraverso le tematiche dei suoi libri, voleva scrivere, come ha avuto modo di dire, il suo personale In mezzo scorre il fiume, il suo Gente del Wyoming, voleva una storia che portasse i segni del suo passaggio, i suoi ricordi, le persone amate, le amicizie, i luoghi, gli abbandoni. La missione sembra pienamente riuscita visto che quello che serbiamo alla fine di un'arrampicata lunga come un’intera esistenza è l’immagine di paesaggi incontaminati e di uomini liberi che hanno scelto la strada più difficile da percorrere, quella dentro se stessi. Diceva Thoreau, grande ispiratore di Cognetti: “Andai nei boschi perché volevo vivere secondo i miei principi, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non avere vissuto.” Un buon proposito per tutti, un’aspirazione che vive e respira tra le pagine di questo romanzo che è una dichiarazione di amore e insieme una resa e un abbandono nelle braccia di quella madre natura che resta severa ma non dimentica mai di gettare su di noi uno sguardo di benevola compassione.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER