Le parole necessarie

Le parole necessarie

Si apre la prima decade del Novecento e già lo scrittore e docente lombardo riconosce nel linguaggio un soggetto gravemente malato, che occorre in qualche modo recuperare: le parole non valgono più per quello che dovrebbero esprimere, ma sono state piegate a un uso improprio che di fatto ne ha snaturato la propria funzione. Per questa ragione esse non raccontano più ciò che siamo e pensiamo, non gettano più un ponte stabile ed efficace con le cose con cui entrano in relazione, ma restano dei gusci svuotati che non significano più nulla: “Noi viviamo sotto la suggestione superstiziosa del linguaggio scritto. Apparentemente la nostra è una società della comunicazione orale in cui c’è larga diffusione della televisione, della radio, del cinema. Ma in realtà noi non sappiamo molto parlare, e non sappiamo neanche molto scrivere”. Forte di tale convinzione, nel primo testo egli rivolge la sua denuncia sull’uso deteriorato della parola usata contro i mezzi di comunicazione di massa contro l’insegnamento; mentre nel secondo si sofferma sulle tecniche di insegnamento, perché a suo dire non si nasce scrittori, ma lo si diventa attraverso una cura selezionata delle parole e una scelta ponderata della costruzione del pensiero. Nell’ultimo saggio infine pone attenzione alla lettura, atto vitale ma anche gesto a sua volta di rispetto verso il linguaggio, componente primaria della condizione umana…

Non capita sovente di trovare, tra gli scaffali delle librerie, libri che possono essere accostati a questo prezioso volumetto uscito dal pregiato scrigno della collana “I melograni” della casa editrice Marietti 1820 il cui marchio torna a vivere grazie al contributo del Centro Editoriale Dehoniano. In virtù della meticolosa e approfondita opera di curatela condotta da Daniela Marcheschi, esso ci fa dono di due lezioni inedite e di una conferenza di Giuseppe Pontiggia, tra i più importanti scrittori e critici letterari della seconda metà del secolo scorso. Si tratta di tre testi che danno conto di un amore autentico per il linguaggio che si faceva in lui dedizione assoluta e che ci riconsegnano il denso spessore con cui egli ne covava la riflessione. Ma anche di una strenua e appassionata rivendicazione di un territorio dove poter ancora coltivare la pianta autentica della parola, di contro a quelle snaturate che componevano e continuano a comporre la vegetazione infestata del linguaggio parlato e scritto. Se già il grande poeta e aforista austriaco Karl Kraus sosteneva che il linguaggio è una prostituta a cui dobbiamo restituire la verginità, Pontiggia assume su di sé la funzione umile e garbata di chi risale la corrente del tempo alla ricerca del significato perduto. Insomma uno splendido libro accessibile a tutti, scritto con l’acume dello scrittore che ben conosciamo e l’onestà di un intellettuale che cerca più il consenso dei posteri che non quello del lettore.



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