Le più fortunate

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Per Stephanie non è un problema stare tutto il weekend sola in casa. Con lei ci sarà Angelina, la servizievole domestica, quella che oltre a gestire le faccende e le pulizie casalinghe cerca di insegnarle ad avere un contegno o almeno a darsi una pettinata. Meglio sola in quell’enorme villa con piscina, segno distintivo dell’appartenenza della sua famiglia ad un mondo diverso da quello che vivono il resto dei colombiani, piuttosto che andare alla festa dei Montoya in mezzo alle montagne. I suoi piani sono altri: essere accompagnata dall’autista della sua cara amica Katrina al centro commerciale; niente party noiosi, niente saluti di circostanza. Nella sua stanza, comunque, di cose ne ha da fare o da vedere, mentre Angelina come sempre trascina le sue ciabatte di plastica tra casse di champagne accatastate e mobili dalla dubbia eleganza. Sua madre è stata categorica: lascia che alla porta o al telefono risponda la domestica, soprattutto se si presentano degli “uomini” e lei sa di chi sta parlando. È metà mattina quando ancora piena di sonno sente il campanello suonare con insistenza. Lei obbedisce senza problemi ai dettami materni e lascia che sia qualcun altro a rispondere. Ma quel giorno sembra che i soliti passi pesanti non raggiungeranno l’entrata per fare il loro dovere. A malincuore, Stephanie va ad aprire la porta, pregustando nella mente la scenata che farà a quella pigra cameriera impertinente. Davanti a lei un uomo, evidentemente non appartenente al mondo dorato di cui lei, invece, fa parte. Un uomo con cicatrice e poncho che dice di essere lì per aiutarla e che le chiede, quasi con gentilezza, se è pronta a correre. Stephanie sa che quel giorno a casa è completamente sola…

Julianne Pachico compie un’operazione ardua in questo suo affascinante romanzo d’esordio, ma che si rivela ben riuscita: quella, cioè, di sezionare alcune vicende umane e di presentarle sotto forma di undici racconti quasi indipendenti. Il quasi è d’obbligo, perché tra essi c’è un legame sottile, dei rimandi continui che ci fanno capire che non siamo di fronte ad una raccolta di racconti, ma bensì ad un vero e proprio romanzo. Un romanzo “scomposto”, essenzialmente da assemblare, ma pur sempre un romanzo. Le sorti di Stephanie, ad esempio, si evincono dai racconti degli altri, si riescono ad indovinare ma non si ha la certezza che le cose siano andate come si immagina. Questo è un artificio narrativo che ben sottolinea quell’alone di vaghezza intorno alle sparizioni che avvengono in Colombia, paese della famiglia della scrittrice britannica, basato su un’incredibile sperequazione sociale. I quotidiani sono zeppi di rapimenti, soprattutto, dell’élite ricca o che ha a che fare con la diplomazia internazionale. Notizie all’ordine del giorno che cambiano per sempre chi ne è protagonista. Uno dei personaggi più affascinanti e meglio riusciti, ad esempio, è il “professore B”, un uomo rapito che con la sua cultura riesce a fare breccia nel cuore dei suoi rapitori. Se non può nulla contro le punture di insetto o il cibo che gli viene somministrato, per mantenere un equilibrio mentale in una situazione terrificante, attinge dalle cose che sa e crea lezioni su Shakespeare e sull’Amleto per foglie e rametti che rappresentano i suoi allievi. Per combattere la follia crea, quindi, un mondo parallelo fatto di una quotidianità che, purtroppo, non gli appartiene.

LEGGI L’INTERVISTA A JULIANNE PACHICO



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