Le più strepitose cadute della mia vita

Le più strepitose cadute della mia vita
Nel 1997 Antonio Flünke ha trent'anni e la bizzarra tendenza a cadere, con una frequenza impressionante: al cinema, al ristorante, al supermercato, al mare, sule scale mobili, scendendo dalla macchina. Antonio cade, cade ovunque. Cade, e ride, “Perché il problema è che, nel momento stesso in cui so che sta per succedere, appena mi accorgo che sono finito fuori dal mio baricentro un po' tropo alto, comincio a ridere”. Da anni frequenta il Centro dell'equilibrio diretto dal dottor Zucker, ma senza apparenti miglioramenti. Oltre alla frequentazione poco ortodossa dei pavimenti, la grande passione di Antonio Flünke è il canto. Ama l'hard rock, il blues e tutta la buona musica, ha una bella timbrica. Non è mai riuscito a sfondare, forse anche perché ha un manager (l'enorme, fanfarone, puttaniere seriale Jack Rota) che non funziona e che per giunta ora se ne esce con un'idea apparentemente allucinante: mettere su una boy band e partecipare al Festival di Sanremo, sulla scia del successo dei Ragazzi Italiani. Antonio sarà il lead singer: al suo fianco Alessio detto Bello – una sorta di gigolò dal look mediterraneo palestrato – e il candido ed etereo ballerino Federico detto Fede detto Faith. Trovati i membri della boy band c'è da trovare il nome del gruppo, scrivere canzoni, realizzare le coreografie, immaginare un look vincente. Il tutto in pochi mesi, perché Sanremo incombe. Un casino, insomma. Ah, e poi c'è quel problemino delle cadute...
Figlio di un vacuo, bellissimo, ricchissimo (ma adorabile) modello tedesco e di una bagnina romagnola “un po' inquartata”, il protagonista del romanzo di Michele Dalai (retaggio e vocazione da editore, un onestissimo 60 su Klout, impegno politico a sinistra e inattaccabile fede interista)  è fragile, sospeso tra disillusione e speranza, tra il suo baricentro variabile e la sua fiducia incrollabile nella Bicamerale guidata da Massimo D'Alema. Se la parte del libro dedicata alla grottesca carriera musicale di Antonio non rinuncia al tono da commedia giovanilistica che sembra essere la cifra stilistica più amata dagli scrittori (e probabilmente anche dai lettori) italiani, qualche pennellata più scura e decisa è garantita dagli intermezzi in corsivo che l'autore dissemina per il romanzo, ognuno dedicato a una caduta pubblica di un personaggio celebre raccontata in prima persona: Margaret Thatcher, Gerald Ford, Michael Spinks, Karol Wojtyla, Enrico Berlinguer. Qui la scrittura di Dalai si fa più consapevole e malinconica, lasciandoci intravedere il futuro prossimo di un narratore che promette scintille.

Leggi l'intervista a Michele Dalai

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