Le ragioni del Buddha

Le ragioni del Buddha

Borobudur, gigante di pietra sull’isola di Giava. Architettura disposta su dieci livelli: la base è “moltitudine di pannelli istoriati, allegoria del saṃsāra”, o mondo come viene esperito dai sensi. Si sale, verso gli stūpa campaniformi dalle traforature ridotte, fino allo stūpa alla sommità, nirvāṇa, simbolo di forma e non-forma, vuoto e pieno, vacuità che dà origine a ogni forma. Stūpa: immagine architettonica del Buddha come essenza di universo. Ecco che il percorso, dalla base, dal molteplice, sale fino all’approssimazione più vicina alla vacuità, all’Uno. Percorso estetico che è conoscitivo e purificatore: ora si cammina dall’Uno al molteplice, dal centro alle periferie con rinnovato sguardo, in apertura di senso, in consapevolezza, dispiegamento progressivo e graduale verso l’interconnessione di tutte le cose. Ancora, in viaggio attraverso le steppe polverose dell’Asia Centrale, delle Terre di mezzo, cuore della stirpe indoeuropea. Dalla cerniera della depressione caucasica l’Europa si fa, a poco a poco, Asia. E l’Asia ne riceve l’invasione, la presenza, la frammentarietà. Commistione di culture, linguaggi. Arte greco-buddhista, Gandhāra. Naturalismo classico occidentale e anticlassico astrarsi indiano. Gli opposti si scoprono complementari. Si mischiano per osmosi e allora, per il viaggiatore/ricercatore, è possibile smarrirsi. Smarrendosi, si apre la possibilità di aprirsi all’altro da sé, superare il confine scoprendolo illusorio, tramutandolo in ponte, epidermide che riceve e trasmette al contempo. Smarrendosi, l’occidentale approccio al mondo può ritrovarsi in un’alternativa che va oltre opposti irriducibili, oltre la finzione egoica e le separazioni disgreganti. Trasversalità e porose migrazioni interdisciplinari sembrano accorgersene e mostrare con convinzione crepe nel paradigma culturale occidentale: come la fisica quantistica, l’etologia, l’ecologia profonda. Nel buddhismo, l’occidentale incontra la Via di mezzo, sempre che sappia trarne “insegnamenti pratici”. In un terra senza interruzioni, Asia Centrale di slittamenti semantici e capovolgimenti di fronte, le tracce per una Heimat di interculture, bagliori dell’Urheimat primordiale…

Obbligato in un pensiero che procede per opposti inconciliabili, sclerotizzato nella separazione secolare tra soggetto e oggetto, tra il sé individuale e gli altri esseri, tra il sé e l’ambiente, l’uomo occidentale ha la possibilità di trarre vitale giovamento, nuova linfa dall’incontro con gli insegnamenti del Risvegliato, lontani venticinque secoli e profondamente attuali. Là dove la filosofia – dove sorgono fondamentali presupposti pur da superare - e le religioni monoteiste non sono riuscite: accorciare le distanze e andare oltre i dualismi, oltre concetti astratti così lontani dalla quotidiana sofferenza, relativizzando contraddizioni, il dharma ha “margini di perpetuazione davvero notevoli, […] in territori che nulla hanno a che fare con la predicazione originaria”. Le parole dell’Illuminato si rivelano preziose per l’essere umano smarrito e in preda a pericolose derive. Deve, quest’ultimo, vigilare evitando occidentalizzazioni e moralizzazioni di ritorno, nuovi (vecchi) attaccamenti a una Verità Ultima, Punto Fisso dal quale poi, inevitabilmente, desidererà fuggire. Nessuna fuga temporanea, ma itinerario conoscitivo in grado di portare al completo affrancamento dal dolore. Ascolto, pratica, accettazione: la vita semplicemente è. Impermanenza e insostanzialità. Un maṇḍala di sabbie colorate costruito lentamente e minuziosamente, e poi distrutto. Avventura interpretativa ed esplorativa senza fine. In cammino di ricerca, Diego Infante, dopo la ragione degli Dei, torna con un saggio/indagine di estremo interesse. Arte, geografia, politica, etica/estetica: i punti di contatto, le porzioni di incontro tra Occidente e Buddhismo vengono approcciate attraverso il viaggio in Asia Centrale, davanti a quelle porte di accesso all’integrazione e al rovesciamento. Allo smarrimento e al ritrovarsi. Al contempo, vengono scandagliati i passaggi occidentali - “anime sensibili” - dei filosofi che hanno percepito la possibilità salvifica, provando a percorrerne i ponti: polifonia in cui s’incrociano citazioni di pensieri contemporanei tesi all’esplorazione dell’itinerario che da conoscitivo si fa trasformativo. Come la contemplazione dello stūpa, di un maṇḍala di sabbia, o del dolore. Riecheggia un sorriso, non grasso, non rovinoso: può gridare questo silenzio?



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