Le regole non valgono

Le regole non valgono
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Ariel Levy nasce nel 1974 a Larchmont, nella contea di Westchester, da genitori ebrei decisamente inclini all’isolamento e ad una vita poco edonistica. Ariel cresce così, senza molti amici, imparando dalla madre a cucinare e soprattutto a diventare una donna forte e indipendente. Sa da sempre che diventerà una scrittrice, forse perché intuisce che può essere un mestiere in grado di renderla una donna libera di fare tutto ciò che vuole. E così in effetti succede, perseguendo questo disegno con ostinazione e perseveranza, trascorrendo quasi vent’anni ad infilarsi nei luoghi più remoti del mondo, Ariel diventa quello che è ancora oggi, una delle firme più autorevoli del “New Yorker”, punto di riferimento del mondo femminile in tutte le sue sfaccettature. Passa gli anni della sua giovinezza sorretta dalla smania perenne di emergere in un mondo come quello giornalistico americano in cui la gavetta è marcatamente lunga e priva di compromessi. “Litigiosa, avida, con una punta di disperazione, come una gatta affamata”, Ariel esce e frequenta chiunque nella speranza mal celata di capire qualcosa di se stessa e dei suoi desideri. Un giorno, nel bel mezzo di un blackout, conosce Lucy, una donna competente, pulita e facile da capire che la fa innamorare. Lucy ha quarantun’anni, Ariel appena ventotto ma questo non rappresenta un limite visto che nel 2004, decidono di sposarsi nel Massachusetts. Vanno a vivere in una casa a Shelter Island, autonome, emancipate, desiderose di dare nuove regole alla loro vita, una disciplina che fino a quel momento la dipendenza dall’alcol di Lucy e le abitudini sessuali promiscue di Ariel non avevano reso possibile. In nome di questa stabilità e del desiderio di famiglia, le due decidono di avere un bambino, grazie anche all’aiuto di un amico interessato all’idea della paternità ma non desideroso di occuparsi degli aspetti pratici della stessa. Non ancora trentottenne Ariel rimane incinta, Lucy però continua a bere e sembra non riuscire a risollevarsi da una forma di dipendenza che la rende sempre meno presente nella vita a due. Proprio al quinto mese di gravidanza Ariel parte per un reportage in Mongolia, dove in preda a tremendi dolori addominali partorisce un neonato che morirà poco dopo in ospedale. In un attimo tutte le sue certezze scompaiono, in pochi mesi finisce per perdere anche sua moglie e la sua casa, il dolore diventa insopportabile e tutto sembra perduto. Eppure in un mondo che appare come esploso, lasciando solo macerie e sofferenza, la curiosità e la speranza le daranno la forza per ritornare a vivere…

Ci sono esistenze per cui una vita sola non basta, cammini faticosi sempre alla ricerca di una luce nuova, di risposte a domande sempre diverse, di obiettivi ambiziosi, di fame e di sete perenni, legate alla soddisfazione e allo scintillio del proprio ego “rigonfio e pieno di bollicine”. Ariel Levy non si nasconde, si mette piuttosto a nudo in questa autobiografia scomoda e dolorosa che rende solo in parte giustizia ad un percorso esistenziale tortuoso e pieno di insidie. Le trappole che lei stessa si è creata, in anni di anticonformismo esagerato, alla ricerca spasmodica di poter incarnare un ideale femminista e moderno, la trascinano in un vortice da cui è impossibile sottrarsi, a rischio del proprio equilibrio e della propria resistenza. L’ambizione le consente di ottenere in breve tempo tutto ciò che vuole: la fama, i soldi, gli amori, ma le lascia in dote anche una confusione perenne che la accompagna in tutte le sue scelte future, figlie di una personalità talmente concentrata su se stessa da dimenticare che non sempre le nostre azioni rispondono a logiche incorruttibili. Ariel vuole una carriera e con spregiudicatezza si assicura un ruolo di primo piano al “New Yorker”. Vuole un matrimonio e sposa Lucy, più attratta dalla stabilità che la donna sembra prometterle che dal sentimento che le lega. Ariel vuole un amante, un transgender psicotico e maniaco depressivo, una relazione borderline che le regali l’estasi della trasgressione e il brivido dell’avventura e comincia una relazione che la porterà ben presto a perdersi. Ariel vuole un figlio, lo vuole anche tardi e senza un uomo che le stia tra i piedi ma in grado di garantirle la sufficiente agiatezza economica a prova di imprevisti, e si sceglie un amico donatore e benestante. Ma in un mondo in cui crede che tutto le sia permesso, si rende presto conto che ci sono fattori che inevitabilmente possono sfuggire al suo controllo. La perdita del bambino squarcia la sua eternità e le consegna l’amara consapevolezza che non si può controllare proprio niente. “Il dolore è un mondo in cui cammini senza pelle, senza guscio”, è una terra arida e inospitale in cui però ci si deve abituare a vivere, come tante altre milioni di persone nel mondo “che se ne vanno in giro chiuse nei loro universi di perdita, sistemi solari di sofferenza indipendenti”. La Levy rende testimonianza alla sua perdita, lo fa con questo libro destabilizzante e amaro in cui non si assolve mai ma anzi riconosce per intero il prezzo pagato per la sua avidità e per la sua avventatezza: “negli anni che erano passati da allora, ero convinta di essere diretta da qualche parte. Ma avevo fatto solo un giro in macchina, senza meta”. Perdere qualcosa o qualcuno, perdere se stessi è ritrovarsi a vagare in un labirinto senza voci e colori, in un universo terrificante in cui ciò che avremmo potuto essere si disfa ogni giorno di più. Serve il coraggio per ricominciare, serve trovare una speranza, imparare dagli inciampi del passato e rimettersi in viaggio. Il movimento, le parole, il suo taccuino, il disegno di qualcosa che non si è spento danno alla scrittrice la forza per intravedere nuovi orizzonti. È una storia bellissima questa, su quello che siamo, sui limiti che tutti su questa terra abbiamo, sulla nostra finitezza e sulla natura, madre e regina, l’unica veramente libera di fare ciò che vuole. È una storia di resa e di abbandono ma anche di rinascita, di qualcosa che si sfascia e improvvisamente risorge da un piccolo germoglio nascosto chissà dove. “Un germoglio di resa che diventa inestricabile dalla salvezza, che non nasce da un piano”. E consola sapere che Ariel Levy quel germoglio lo abbia finalmente trovato e fatto crescere “come una vite luminosa che ingoia un albero morente”, attraverso un nuovo amore (il medico e cronista John Gasson, lo stesso che si prese cura di lei in Mongolia, durante l’aborto spontaneo) e l’istinto di continuare a vivere con un dolore finalmente addormentato dentro di sé.



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