Le rondini di Montecassino

Le rondini di Montecassino
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Montecassino, 1944. Un melting pot di nazionalità combatte il nazifascismo a fianco degli eserciti inglese e americano. Sono giovanissimi, fino a quel momento inconsapevoli che la Ciociaria persino esista sulle carte geografiche, inconsapevoli di che odore abbia la morte, provengono dai Paesi più impensabili. Uno, Polonia. Lo stesso paese dell’autrice, i cui genitori ebrei non hanno fatto la guerra, sono scappati dopo per varie rotte e infine in Italia, sfuggiti al primo grande pogrom di quando sembrava tutto finito e i campi di sterminio sgomberati. Trentamila soldati polacchi sono sepolti ai piedi dell’abbazia. Corpi camminati dai passi lenti di Edek e Anandi, due studenti del liceo Tasso di Roma fresco di autogestione, che con quei ragazzi morti hanno in comune più di quanto immaginano. Due, Nuova Zelanda. Il ventunenne maori Charles Maui Hira impiegò quattro anni per arrivare da Wellington all’Italia, una lunga iniziazione per acquisire lo stesso diritto a servire la patria dei suoi commilitoni e connazionali pakeha, i bianchi. È suo nipote Rapata, decenni dopo, a ripercorrere la medesima tratta in aereo per camminare sul terreno oggetto di mille e più racconti della sera. Tre, Nepal. Quattro, Algeria. Cinque, l’Italia stessa. E poi ancora, e ancora, e ancora…

Il romanzo del 2010 di Helena Janeczek è riscoperto e ripubblicato con una copertina nuova di zecca oggi che il Premio Strega a La ragazza con la Leica ha consacrato il suo percorso autoriale. Camminiamo a ritroso e ne ritroviamo la capacità di mescolare reportage e fiction, ne percepiamo il lungo e meticoloso scavo nel passato che accompagna la stesura. Il libro è una storia corale accomunata da un luogo e da una storia, quella guerra di cui non scriveremo mai abbastanza. Janeczek la attraversa con rispetto, trovando un anello di congiunzione tra l’epica e l’ordinarietà delle vite di oggi, e di come ciascuna possa imparare qualcosa dall’altra. Ciò che si imprime nel cuore del lettore, soprattutto, è come la storia personale dell’autrice e della sua famiglia si intersechi ad altre reali e non. Se lei è qui, viva, a raccontarcelo, è perché tanti anni fa i suoi genitori hanno scelto la fiction come mezzo per sopravvivere, cambiando il cognome sui documenti per non tradire le proprie origini, ricostruendo trama e intreccio della propria identità, imparandole a memoria come si faceva con le poesie a scuola. La finzione che si esercita nella scrittura ha un potere analogo: salva, nel senso che restituisce memoria a chi l’ha perduta, a chi è dimenticato. Ne ridefinisce i contorni del sepolcro, affinché sia visitabile.



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