Le scarpe appese al cuore

Le scarpe appese al cuore
Ugo non ce la fa, a correre: appena allunga il passo, il fiato gli si strozza in gola. La sensazione di una mano che lo soffoca non lo molla mai. È piccolo fisicamente, Ugo, questa asma gli divora pure i muscoli eppure lui, a dispetto delle battutacce del prof di filosofia, si scopre divertente e ironico. Però l’asma non molla, anzi un muco denso e purulento prende ad assalirlo a più riprese. Gli antibiotici che i medici gli rifilano smettono di essere efficaci, se lo sono mai stati: batteri ultraresistenti si portano via il suo fiato, la sua forza. Eppure niente si sopisce dentro di lui e Ugo trova il tempo e l’energia per l’amore, forse incompleto forse irrisolto, ma si sposa e ha una figlia che ama più di quel poco maledetto ossigeno che gli passa in circolo. Già, ossigeno: a un certo punto in corpo ne ha talmente poco che l’ultima ratio si palesa in quel viaggio in Inghilterra e in quell’attesa: il trapianto. Cuore e polmoni, don’t worry. E così eccolo in quell’ospedale, senza sapere una parola di inglese, circondato da pazienti che come lui aspettano la soluzione, la rinascita. E il fiato che non arriva, e i drenaggi che non lo svuotano, la notte come il giorno, la stanchezza che non lo fa arrivare alla finestra, il cibo che passa da un sondino giù per il naso, la speranza finalmente, il camice per la sala operatoria, poi il contrordine, la voglia di staccare il respiratore, la voglia di vivere, l’amore per la figlia e finalmente il trapianto, l’espianto, il suo cuore in un corpo nuovo e nel suo corpo un cuore nuovo…

Malattia, ospedale, trapianto, morte. Certo che possono essere temi letterari, possono perfino diventare soggetti di fiction: nella società del benessere e del fitness, muco pus e drenaggi sono stati sdoganati e il malato è finalmente uscito dall’ombra. Però bisogna ricordare che queste pagine hanno vent’anni di vita e che, quindi, è anche un po’ merito loro se oggi la parola trapianto fa (forse) meno paura. Non perché sia un trattato scientifico: per quanto il malato diventi espertissimo della propria malattia, per quanto il decadimento fisico ci sia descritto con una certa dovizia di particolari, non c’è l’asepsi della saggistica. Ma non è nemmeno perché questo sia un romanzo strappalacrime: c’è un tale contegno anche nella verità, una tale dignità anche nella progressiva perdita di controllo, da sentirsi piccoli piccoli se ci siamo mai lamentati di un mal di schiena. Qui c’è una splendida testimonianza di umanità, con la sua paura della morte e della sofferenza, il senso di abbandono e sradicamento, eppure la straordinaria voglia di vivere e di far vivere, che alla fine vede la speranza della vita anche nella morte di un altro essere umano. Perché questo è l’altro, enorme talento di questo romanzo, l’onestà con cui l’intreccio tra stato fisico e stato emotivo viene descritto, senza fronzoli, per ricordarci che possono toccarci grandi tragedie ma anche grandi miracoli.

 

 

 

 
 
 
 

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