Le scritture delle donne in Europa

Le scritture delle donne in Europa

“La scrittura contempla al suo interno una vasta gamma di possibilità incluse tra due estremi: la capacità di tenere la penna in mano, giusto quel tanto che consente di tracciare un segno o qualche parola su un foglio e la stesura di un testo letterario”. La scrittura creativa femminile, cioè la redazione di un testo che si possa definire artistico, fu preceduta dalla scrittura quotidiana a cui in qualche modo deve la sua nascita. Già alla fine del Medioevo le donne iniziarono a tenere una gestione scritta dei beni famigliari o conventuali, a redigere le proprie volontà testamentarie, a mantenere rapporti epistolari con membri della famiglia distanti da casa. Ma come si concilia questo con la storica costante della reclusione intellettuale e dall’esclusione della donna dall’istruzione? Si parla infatti di istruzione “funzionale”, sufficiente e necessaria allo svolgimento dei compiti che la società patriarcale imponeva: essere una buona moglie, una buona madre, lavoratrice e ignorante, così da castrare ogni ambizione personale esterna al suo ruolo. I primi contatti tra donne e letteratura si ebbero quando, alla tradizione orale della trasmissione del sapere iniziò a poco a poco a diffondersi la trascrizione. Dall’inizio del Medioevo, nei monasteri, si era iniziato a trascrivere i primi documenti, i primi codici e questa attività veniva svolta dalle cosiddette copiste, monache che erano dedite alla copiatura di testi sacri, “per i bisogni liturgici, culturali e spirituali”. Conventi e corti erano i luoghi in cui la scrittura femminile iniziava i primi passi (grazie alla possibilità di istruzione, anche solo basica, che offrivano), non solo come azione meccanica ma anche come esordio letterario vero e proprio, soprattutto come testimonianza mistico/religiosa. Il primo importante nome è quello di Ildegarda di Bingen, dottore della Chiesa, che scrisse trattati enciclopedici, medici e musicali, oltre che riportare le sue visioni mistiche. La lingua nella quale scrivevano era ancora il latino; quando però ebbero il permesso di scrivere nella lingua madre, ci fu un grande incremento di testi, anche di donne laiche, come Marie de France, che proveniva dalla corte di Enrico II e Eleonora d’Aquitania, sovrani illuminati che supportarono e stimolarono la diffusione della letteratura in lingua volgare. Marie scriveva favole e lais, “racconti brevi in versi che trattavano di amori e leggende di derivazione bretone”…

Il focus di questo interessante e dettagliato saggio di Tiziana Plebani, storica e saggista che è stata docente alla facoltà di Conservazione dei materiali librari e documentari alla Cà Foscari, è la scrittura femminile tout court. Non solo dunque la produzione letteraria, ma il momento in cui una mano femminile ha lasciato un segno su un pezzo di carta. All’inizio con una grafia incerta, errori ortografici, segni poco eleganti, le donne hanno iniziato a lasciare memoria del loro passaggio con l’inchiostro, e ci vuole poco a trasformare un’azione che a noi oggi sembra del tutto normale, in qualcosa che trascende l’argomento scritto, il “cosa”, per diventare simbolo dell’affermazione di sé. Non a caso, in calce ai primi scritti, l’autrice lasciava il nome, o le proprie iniziali; Marie de France è andata oltre, scrivendo più volte, nelle sue composizioni, “moi” (“Ici ecris mon nom Marie”) per evitare di essere destinata all’oblio. Un dato molto interessante, soprattutto se pensiamo all’enorme potere maschilista delle epoche precedenti alla nostra (oddio, non che adesso siamo così “civilizzati” in questo senso), è che molte delle opere “orali” delle autrici del lontanissimo passato sono giunte fino a noi grazie all’azione degli uomini che, avendo un accesso più facile alla scrittura, le trascrivevano. Il viaggio nel quale Plebani ci guida riserverà molte sorprese: una tra le più incisive e incomprensibili è sicuramente la scarsa possibilità di trovare posto nel mondo letterario durante l’Umanesimo, dove l’Uomo era il fulcro dell’Universo e dove per Uomo si intendeva evidentemente il genere maschile e non il concetto, diciamo neutro, di umanità complessiva di entrambi i generi. E qui sarebbe facile, fin troppo, aprire la polemica su quanto il linguaggio sia tuttora una gabbia, per le donne. Consoliamoci leggendo questo lavoro encomiabile di Plebani che ci racconta di quando eravamo costrette a essere oche e della forza che abbiamo avuto ad uscire dal pollaio.



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