Le sere

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È ancora buio quando la mattina del 22 dicembre 1946, nella sua casa di Schilderskade 66, Frits van Egters ‒ un ragazzo che ha smesso di studiare e passa il tempo libero che ha a zonzo per la sua città, Amsterdam, e nella restante parte della giornata è un impiegato dalle mansioni piuttosto ripetitive ‒ si sveglia nella sua camera all’interno del piccolo appartamento che condivide con i genitori, persone semplici che stanno invecchiando. E lui non fa nulla per nascondere loro nessuna delle due cose. È presto. Non è ancora sorto il sole. Osserva l’orologio fluorescente appeso a un chiodo alla parete: segna le sei meno un quarto. Si è destato di soprassalto a causa di un brutto sogno. Ma subito si riaddormenta. Il sonno però continua a essere tormentato. Si risveglia alle sei e venti. Si riaddormenta. Si risveglia. Si riassopisce. Si risveglia. Ancora e ancora, fino a quando non si fanno le sette e trentacinque del mattino. A quel punto, comincia a prepararsi per poi, finalmente, uscire…

Ha accenti che ricordano gli evocativi antieroi inetti principali protagonisti della letteratura di Italo Svevo, nonché incarnazioni del tema, centrale, dell’alienazione dell’uomo soprattutto novecentesco di fronte a una realtà spersonalizzante e troppo materiale a cui si sente completamente estraneo, questo romanzo classico e tuttavia originalissimo. Simbolico sin dal sottotitolo, Un racconto d’inverno, che fa sovvenire alla mente molteplici riferimenti pure cinematografici e teatrali, è comparso per la prima volta in libreria quando l’eccidio – di assurdità a dir poco kafkiana – della seconda guerra mondiale - che nei Paesi Bassi che sono stati occupati dai nazisti non ha mancato di seminare violenza e dolore in modo particolare ‒ era una ferita ancora freschissima, oltre settant’anni fa. Quando il suo autore, al secolo Gerard Kornelis van het Reve, uno dei primi omosessuali esplicitamente dichiarati d’Olanda, e più noto come semplicemente Gerard Reve, ma che ha scritto anche sotto lo pseudonimo di Simon van het Reve, era solo ventitreenne. Eppure con una voce letteraria potentissima e già più che matura, strutturata attraverso dialoghi assai riusciti e caratterizzazioni icastiche, che fa seguire al lettore in un fuoco pirotecnico e sconvolgente di feroce e caustica ironia (cosa che all’epoca non mancò con tutta probabilità di fare grande scalpore), l’esistenza di un ragazzo negli ultimi dieci giorni del dicembre 1946, un personaggio di poderoso impatto emotivo, attraente e insieme respingente, che rassomiglia a ognuno di noi quando si trova impreparato di fronte alla bieca e mera crudeltà del mondo.



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