Le serenate del Ciclone

Le serenate del Ciclone

Mario. Mario Gennaro. 21 gennaio 1922. Nasce a Cenerente, e “a Cenerente ci pensava sempre. Era quella la sua vera casa, il posto dove gli sarebbe piaciuto stare”. Lì, nella casa dei nonni, in campagna, d’estate, si trascorrono ore felici; d’inverno, però, Mario deve tornare a Perugia. Di fatto, è quasi inconcepibile immaginarlo lontano da Terzilia e dall’Attilio, la mamma carissima e il babbo. Proprio un Natale, l’Attilio, di solito burbero e distante, getta nel suo cuore tutte le meraviglie dei sogni e una piccola grande speranza: un grammofonino, “una scatola dalla quale far uscire musica, canzoni, voci”, tre dischi alla moda, e l’idea che il babbo appena un po’ lo capisse. Le serenate, poi, non “so’ cose da mettese a ride, so’ cose serie”. Il ciclone ne impara proprio tante, e se si può guadagnare a farle alle ragazze tanto meglio... bisogna solo dare un nome alla società! Sì, perché Mario, che è forte e quando combatte è un ciclone, è a capo di una banda. “E che nome je vòi da’? disse il Kid. A me, me pare che ce n’è uno solo. Quale? chiese Mario con le sopracciglia che gli si muovevano a saliscendi dal nervoso. Le serenate de Ciclone...

“Il babbo, il Kid, Charles Bronson. La mia Trinità”. L’epilogo della Petri apre l’animo alla loro storia, a tutte le impressioni dolorose che continuano, alla natura del Ciclone, un quadro e più vite; tutta l’attenzione sembra volta alla persona di Mario Petri, e alle inclinazioni e alle figure di un mito: questa “Trinità”, però, nelle prove della vita e nell’intreccio dei ruoli, raccoglie il frutto di tanta volontà di scrittura – “ci ho messo venticinque anni per scrivere un libro su di te” – e di un avventuroso spirito di verità. Spirito importante nel piano di questo libro, perché Romana Petri racconta una lunga storia familiare, solida e viscerale, italiana, che comincia nel 1922, viene interrotta nel 1985, e ricomincia con una fedele e ferma, delicata, memoria di un padre “leggendario”. “Non si parla mai, e bisognerebbe farlo”, commenta l’autrice, “di come i figli vedono i genitori. È il primo rapporto vero della nostra vita” (ANSA): così il carattere e l’intelligenza, i giorni degli slanci, la lirica, il cinema, i sentimenti, i fatti, le tante incomprensioni e le parole emergono attraverso i grandi e principali ricordi della figlia. È per questo che si va molto al di là degli anni narrati, degli stessi aneddoti, e si può osservare a nudo un padre e la sua forte natura; “ma le nature forti, purtroppo, quando cominciano a lottare contro se stesse patiscono più di quelle deboli. Ci mettono una tale frenesia che somiglia all’autodivoramento”. Memorabile, commovente.



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