Le solitarie

Le solitarie

Feliciana è tanto minuta quanto forte. Alla morte del marito sa bene che l’unica è rimboccarsi le maniche e lavorare – anche per sole due lire al giorno nell’officina di lanerie – per crescere i due piccoli. Nemmeno si accorge del tempo che passa, Feliciana. “Perché il tempo passa così rapido? Quello che noi lasciamo indietro è sempre il meglio, anche quando è dolore”. Francesco e Leonardo crescono, uno diventa operaio, l’altro insegnante, mettono su famiglia; quando le tempie della donnina si incanutiscono non c’è molto spazio da loro. “Non viveva, ecco, e non moriva. Era una sopravvissuta. La provvidenza dovrebbe, in tempo, concedere la buona morte ai vecchi poveri: concedergliela in premio, a lavoro finito, quando le energie di resistenza sono esauste”. E prega tanto Feliciana per quella morte, fino a che “trovò finalmente il posto dove solo possono riposare i vecchi poveri, quando i figli si sono messi in cammino, il lavoro è compiuto e le forze non reggono più”… A quindici anni Anin, nata “dallo squallido connubio d’uno spazzino pubblico con una sarta da uomo”, resta orfana, quando i genitori a distanza di pochi mesi “disparvero entrambi come scompaiono, di solito, gli animali e i poveri, senza rumore, senza lasciare traccia”. Ha una sola dote la sgraziata ragazzina, ed è “il genio dell’obbedienza gioiosa. Era nata serva come uno nasce pittore, poeta, affarista o ladro”. Nella casa dove prende servizio entra come un dono prezioso perché se è un’anima obbediente, non è per nulla arida e chiusa ma “nutriva in sé un umile, ma irresistibile bisogno di amare”. Un amore che riversa senza riserve sulla dispotica padrona e sul di lei sposo, l’ingegnere irascibile che spesso si rasserena alle parole della serva. E soprattutto sulla delicata Liana, la padroncina che ama più di una figlia e che si sposa e sopravvive a stento a un tragico parto solo grazie alle sue amorevoli cure. “Un lare domestico, sereno e benevolo” è Anin, “la sua instancabile attività le bastava”. Alla sua morte, ormai anziana, mentre sferruzza pensando al bucato dell’indomani, si spegne “in lei l’appellativo serva nel suo significato più bello, più umano, […] di chi si trova in perfetta armonia col proprio destino”… Marco e Fresia lavorano nella fabbrica e durante la pausa si baciano contro il muretto della tintoria di fianco che emana acre odore di acidi. Marco dice che se ne andrà in America: “Oh, perdio! Non si nasce, solamente, signori. Si diventa”. E lui lo diventerà, e tra quindici o vent’anni tornerà e comprerà la fabbrica del padrone. “- E io, intanto, che farò?... – Tu? Mi vorrai bene e mi aspetterai, Fresia”. E Fresia lo aspetta, e il tempo passa. La ciminiera continua a fendere “le brume dell’alba e le luci dei tramonti”. Fresia supera i quaranta, fili bianchi tra i bei capelli neri, e Marco ha smesso di scriverle. Ci ha saputo fare, però, il ragazzo ambizioso e torna davvero, e quando torna può veramente sedere al tavolo del padrone e trattare l’acquisto della fabbrica. Per Fresia nessuna parola se non qualcuna di circostanza mentre fanno un pezzo di strada affiancati. E poi: “Quando sarò il padrone, ti sposerò”…

Sono soltanto tre delle quattordici novelle contenute in questa preziosa e coraggiosa raccolta della scrittrice e poetessa Ada Negri, nata a Lodi nel 1870 e morta a Milano nel 1945 (unica donna ad essere ammessa all’Accademia d’Italia), una figura di tanto grande spessore quanto immotivatamente non inclusa nel canone dei più importanti autori del ‘900. Una silloge preziosa perché regala quattordici ritratti di donne – diverse tra loro ma accomunate da quella solitudine così icastica del titolo -, spesso poche pennellate precise, assolutamente memorabili perché lasciano il segno nell’anima. Figure quasi sempre umili, serve maestre operaie, spesso non particolarmente avvenenti o dalla sessualità complessa e problematica; sempre figure forti, anche quando sembrano accettare passivamente un destino segnato, perché la loro accettazione è quanto mai attiva, spesso consapevole, a volte gioiosa. Ricorrenti in maniera sorprendente tematiche come l’aborto, lo stupro, l’inquinamento, lo sfruttamento nelle fabbriche, declinate come un sentimento sociale che non si fa mai connotazione politica ma resta sempre, forte, sul piano emotivo eppure in certo modo di denuncia. Le descrizioni dei paesaggi, dei luoghi, delle atmosfere sono parte integrante dei racconti e dei sentimenti, la natura si fonde e si confonde spesso con i caratteri e il sentire dei personaggi. Ha infatti gli stessi sospiri, le stesse malinconie e inquietudini, la stessa bellezza della vita vissuta e si fa personaggio anch’essa. Si tratta di storie di vite intere racchiuse in poche pagine capaci di raccontare parabole di dolore e quieta disperazione; a volte non si riesce a stabilire se si tratta di una storia positiva, se vi è un giudizio: sembra soltanto una verità raccontata senza la volontà di giudicare nulla. Altre volte un solo gesto dà un senso a tutto, come nel racconto del prete che assolve una povera donna da un grave peccato: nel momento del perdono pare che sia la Negri stessa a comprendere e assolvere con quel gesto rituale tutta l’umanità di questa figura senza altra scelta. Ad ogni nuovo racconto il lettore fa una scoperta, trova un gioiello e nuove preziose parole. Il racconto finale si distingue poi per una certa nota positiva di riscatto che pure nasce dall’umiliazione, ma che bisogna avere il coraggio di ottenere osando senza arrendersi; una storia di indipendenza e volontà di realizzare un sogno quasi impensabile nell’epoca in cui viene composto. Si dice in una delle storie, sempre di una donna, in maniera sorprendente: “A nessuno e a nulla era legata: non aveva radice se non in sé”. Da sottolineare, dal punto di vista stilistico, l’uso del senhal, ovvero la scelta mai casuale dei nomi dei personaggi fortemente evocativi e per lo più antitetici rispetto a coloro che li portano. È una scrittura che si inserisce con grande evidenza nella cornice verista, è arricchita di forti elementi autobiografici e anticipa con lucidità la questione della condizione femminile che dovette aspettare qualche anno per essere affrontata veramente. La raccolta di prose, infatti, (Ada Negri aveva già pubblicato poesie) uscì per la prima volta nel 1917 a cura della milanese Treves e conobbe un certo successo editoriale fino alla Seconda guerra mondiale ma, intrisa com’era di spirito socialista, subì anche la dura censura politica della critica, della quale, evidentemente, ancora oggi risente. Si diceva all’inizio di coraggio, che è quello meritevole di plauso della editrice Musicaos, certo consapevole di cominciare la nuova collana I classici con un testo importante e poco commerciale; eppure una lettura assolutamente consigliata e che non può non piacere a chi ama la letteratura del primo ‘900, a chi si interessa di scrittura al femminile (quella vera, non quella che si intende per lo più nella accezione contemporanea e che rimanda a romanzetti rosa di serie D), a chi apprezza Ada Negri, a chi non l’ha mai conosciuta e a chi - come chi scrive – si è lasciata incuriosire semplicemente da un ricordo legato quasi esclusivamente ad una poesia imparata alle elementari, ormai tanto tempo fa. Leggere questo libro fa male, ma è un dolore necessario che arricchisce. Non perdete questa occasione unica.



 

 

 

 
 
 
 

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