Le spose sepolte

Le spose sepolte

Quando suonano al citofono del miniappartamento in cui vive, Micol Medici sobbalza: è il suo capo e il disappunto per non averla trovata già pronta traspare dalle poche battute che si scambiano. Nonostante la sera prima abbia puntato ben due sveglie, Micol si è svegliata tardi, di soprassalto e con ancora in bocca il gusto amaro del sogno che ha tormentato le sue poche ore di sonno. Tutta colpa della discussione avuta la sera prima con Ludovico, il suo fidanzato, e delle lamentele su quanto lei sia sempre troppo impegnata e per niente incline a truccarsi o vestirsi sexy. E così, mentre butta in fretta e in furia qualche vestito nel trolley, rimugina sul sogno e pensa a quanto questa occasione di lavoro sia importante: finalmente il suo superiore, il commissario Elio Maccagnini, l’ha scelta per accompagnarlo in una missione. Nei giorni seguenti si giocherà d’un colpo carriera, autostima e rispetto del capo e certamente l’inizio non è dei migliori. Sale trafelata in auto legandosi velocemente i capelli ricci e ribelli con uno dei tanti laccetti che tiene al polso, con gli occhi gonfi di sonno, senza aver lavato la faccia e senza aver preparato il dossier che le aveva chiesto Maccagnini; che rabbia, detesta farsi cogliere in castagna! I tre sono diretti a Monterocca, un piccolo borgo arroccato sull’Appennino bolognese circondato da mura e governato da una giunta tutta al femminile. È lì che portano le indagini preliminari per l’omicidio di Mario Cionti: primo ad essere sospettato per la sparizione della moglie e mai condannato perché il corpo della donna non è mai stato trovato, il Cionti prima di essere ucciso è stato stordito con un particolare tipo di Penthotal, la cui unica azienda produttrice è il Centro Studi Rita di Monterocca...

“Io sono la sposa sepolta. Mio marito si era stancato di me. Non voleva divorziare e perdere le proprietà. La cosa più terribile non è che, dopo anni, mi abbia buttata via per un’altra. Quello che non potrò mai perdonargli è che mi ha tolto i miei figli: non li ho visti crescere, ridere, arrabbiarsi, non li ho saziati quando avevano fame, non gli sono stata accanto quando erano ammalati, non li ho protetti quando qualcuno gli ha fatto un dispetto e non ho gioito ai loro compleanni”. Così sussurra a Micol in sogno Livia Ginevri, la prima delle spose sepolte attrici non protagoniste ma la cui presenza si avverte, vivida e dolorosa, per tutte le quasi quattrocento pagine di questo splendido romanzo di Marilù Oliva. Un lungo racconto che dà voce ‒ e almeno sul piano letterario in parte rende anche giustizia ‒ alle tante, troppe donne che muoiono ogni giorno quasi sempre per mano di chi amano: mariti, compagni, fratelli. Nella ricerca della verità e di un killer che stana uxoricidi con figli per punirli del crimine commesso, emergono maestose le donne, con i propri pregi e le proprie debolezze, ma soprattutto con una forza ‒ anche nella disperazione ‒ che regge le sorti di un piccolo borgo dell’Appennino bolognese così come quelle del mondo intero. C’è Micol, giovane ispettrice attenta, curiosa, con una straordinaria mente matematica ma anche con una bontà ed una umanità che la sostengono nel sopportare una madre assillante, un fidanzato insicuro ed un collega maschilista. C’è la Circassa, enigmatica proprietaria della Farmachìa Artemisia, che con i suoi occhi da lupa sembra leggerti l’anima e che riconosce solo con uno sguardo il male che ti affligge. C’è la carabiniera Juana Dominquez, madre premurosa e protettiva dall’oscuro passato gelosamente custodito; e Cecilia, figlia della Circassa, consumata da un amore clandestino. E c’è ‒ su tutte ‒ la bambina, futura giovane donna tormentata, che apre il romanzo con uno dei tanti flashback che si alternano alla narrazione e che costringono il lettore ad una pausa di riflessione, di ascolto ma anche di compassione. Insomma questo piccolo borgo dell’Appennino in cui si svolge pressocchè l’intera azione del romanzo, piccola oasi felice in cui tutto sembra perfetto (e per alcuni versi lo è) ed in totale armonia con la natura le cui descrizioni vivide rimangono impresse a tinte forti nella memoria, fa da sfondo a personaggi ‒ prevalentemente donne ‒ fortemente caratterizzati, scavati fin nelle pieghe più profonde, in un omaggio all’universo femminile che è totalizzante. L’epilogo, “come una pietra grigia e grossa […] pesante” che “non si muove e ti fa star male”, coglie impreparati, col desiderio che il peso di quella pietra lo porti qualcun altro per noi, e con la compassione infinita per un assassino che umanamente arriviamo a giustificare. Micol se ne torna a casa con la sua piccola pianta di eliconia, una specie tropicale che inaspettatamente le è stata donata lì a Monterocca “proprio nell’unico posto in cui nessun esploratore l’avrebbe mai”potuta trovare. Ed è forse questo il messaggio più forte che ci dona la Oliva: in mezzo a tanto nero, a tanta disperazione, possiamo sempre scorgere una piccola luce. Non ci farà dimenticare le sofferenze subite, il dolore e l’angoscia, ma ci aiuterà a portare quella pesante pietra grigia magari facendoci sostenere da qualcuno che la sorregga assieme a noi, fino ‒ un giorno ‒ a liberarcene.

LEGGI L’INTERVISTA A MARILÙ OLIVA



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