Le stagioni di Thil

Le stagioni di Thil

Alla fine degli anni Cinquanta in Lorena, triangolo minerario e industriale posto nel nord est della Francia, una bambina abita in una di quelle vecchie case di poche stanze, dall’intonaco decrepito e annerito dalla polvere, che la compagnia mineraria ha fatto costruire per farvi risiedere le famiglie dei propri lavoratori. L’inverno, a dispetto del freddo intenso e delle abbondanti nevicate, trasportava con sé momenti magici per i bambini, in quanto offriva loro l’opportunità, attraverso giochi e inventive, di socializzare in maniera del tutto più semplice e spontanea rispetto all’ambiente scolastico autoritario, intollerante e competitivo. Mentre la madre accudiva la casa, la nonna si prodigava in uno dei piccoli appezzamenti di terreno che la compagnia affittava ai minatori e che questi, dato il magro salario percepito, coltivavano a orto per sopperire al fabbisogno di legumi e verdure delle famiglie. Come gli altri bambini anche lei comprendeva la lingua d’origine, pur non parlandola. Del resto nonni e genitori ormai si esprimevano in un idioma pregno di distorsioni e ibridato da mescolanze con quella del paese adottivo. Intanto nuovi emigranti continuavano ad arrivare. Ognuno mirava subito a identificarsi con il gruppo di appartenenza culturale presente, mantenendo di fatto costante le difficoltà di integrazione…

La letteratura ha già attraversato simili deserti, si è più volte confrontata con simili situazioni. L’emigrazione è stata per la nostra popolazione una travagliata esperienza, anche se talvolta fingiamo di non ricordarcelo. Ma il libro di Marinette Carla Animobono - nata in Francia da genitori di origine italiana, figli a loro volta dell’ondata migratoria degli anni Venti - non si accanisce sulla Storia e sulle vicende economiche che hanno determinato il fenomeno. Qui si narra di un malessere più segreto e inafferrabile rispetto alla nostalgia di coloro che hanno dovuto necessariamente recidere i legami con un passato che non hanno mai dimenticato e di cui custodiscono gelosamente un doloroso ricordo. L’abilità dell’autrice sta, infatti, nel non fare merce di scambio con il lettore del vissuto interiore dei protagonisti. Nell’offrirci la loro vicenda, la Animobono, che dal 1975 è ritornata a vivere in Italia, si affida per il suo debutto narrativo ai ricordi della propria infanzia, allo sguardo sognante e al tempo stesso vigile di una bambina cresciuta tra le difficoltà legate all’integrazione e che silenziosamente le hanno scavato il destino. La compostezza narrativa dei racconti non è messa lì per stupire, ma riesce a scaldare il cuore del lettore senza enfasi alcuna, attraverso un’ottica fatta di una fragranza mai sfiorata dal disincanto. Il quadro d’insieme che ne emerge si rivela denso di significati e di sorprendenti aperture alla vita.



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