Le ultime levatrici dell’East End

Le ultime levatrici dell’East End
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L’infermiera Lee, spinta dal “desiderio d’avventura” e “d’una nuova prospettiva da cui osservare la vita”, a soli vent’anni – nel pieno della più fervida giovinezza –, va a lavorare come levatrice nel difficile quartiere dell’East End, nella Londra del dopoguerra, presso il convento delle sorelle di St. Raymund Nonnatus. Qui, contrariamente a ogni aspettativa, le suore – Sorella Julienne, Bernadette, Evangelina, Monica Joan e la novizia Ruth – si rivelano essere “una miniera di avventure”, insegnando a lei e alle altre infermiere – Cynthia, Trixie, Chummy… – a non aver mai paura di nulla, nemmeno di girare in bicicletta, di notte e da sole, tra i quartieri più malfamati della città. Perché le giornate d’una levatrice sono spesso intense e senza orari; sono fatte di lunghe pedalate e di fatica – d’una fatica bella che nasce dalla Vita – e trovano ristoro solo, la sera, nel pane caldo e appena sfornato da Mrs. B., la cuoca, o negli indovinelli di Fred, il vecchio caldaista e tuttofare del convento…

Con Le ultime levatrici dell’East End si conclude la trilogia autobiografica (Chiamate la levatrice e Tra le vite di Londra) dell’infermiera e poi musicista Jennifer Worth, da cui la BBC ha anche tratto una serie televisiva, in Italia trasmessa col titolo L’amore e la vita. Un brulicare di figure femminili, sempre affaccendate, sempre pronte a servire la vita, popola uno “scenario” tipicamente “dickensiano” (come l’ha definito Monica Virgili su “Io donna”) in cui il pullulare e il perpetuarsi dell’esistenza è spesso più forte di tutto, anche della miseria più nera. Ogni nascita è una storia a sé, un aneddoto particolare, una luce che, nell’insieme, va a comporre una costellazione narrativo-letteraria: un romanzo in cui ogni vita è al suo posto e rende fluida, lucente e compatta la penna d’un io narrante che, solo di rado – non a caso –, assume un’identità e un nitore definito, per poi perdersi nella luce delle vite che sono vita. Perché la voce che racconta è solo uno strumento della vita, “infinitamente più imprevedibile di un romanzo” e straordinariamente intrisa di divino. Solo così anche la morte si fa indispensabile alleata al compimento dell’esistenza, laddove: “Dio ama di più coloro a cui chiede di sopportare di più”.



 

 

 

 
 
 
 

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