Le venti giornate di Torino

L’estate di dieci anni prima, a Torino, è stata funestata da misteriosi, sanguinosi avvenimenti. La prima vittima fu un tale Giovanni Bergesio: perché non cominciare da lui se si vuol condurre un’inchiesta su quegli oscuri fatti, passati alla storia – fra non pochi dubbi e inquietanti ipotesi alternative – come una sorta di psicosi collettiva? Ecco il ragionamento che conduce un cronista dilettante che sta raccogliendo materiale per un libro in corso Castelfitardo quasi all’angolo con corso Vittorio, a casa della sorella del Bergesio, “una nubile sulla cinquantina, assai cerimoniosa e cantilenante” che vive in “una soffocante sovrabbondanza di oggetti, di ninnoli, di quadri ottocenteschi, di uccelli imbalsamati… una serra di reliquie”. È vegetariana e guarda con simpatia alle teorie di alcuni gruppi esoterici, per i quali le misteriose “venti giornate di Torino” hanno rappresentato un segnale soprannaturale, un avvertimento dato all’umanità. Giovanni – emerge dai racconti della donna – aveva trentacinque anni al momento della morte e “non era molto soddisfatto del lavoro che faceva”, l’impiegato di banca. Nell’ultimo periodo era taciturno, perché dormiva poco, anzi quasi nulla. Quella terribile notte erano tanti giorni che non dormiva, era uscito – vestito di tutto punto – “perché sperava che le vie, le piazze, i corsi, gli restituissero qualcosa che non c’era più dentro di lui”. E invece “qualcosa” lo aveva ucciso con tale brutalità che il cadavere era stato riconosciuto da uno zio solo per una medaglietta che aveva al collo. In quelle notti calde di dieci anni prima, uno strano odore, come d’aceto, opprimeva la città. E misteriose creature si aggiravano per le strade massacrando chiunque si parasse loro innanzi. Il secondo colloquio che l’anonimo cronista ha organizzato è con l’avvocato Andrea Segre: questo nome gli è stato fatto da alcuni giornalisti, che raccontano come la mattina del 9 maggio di dieci anni prima si fosse presentato nella redazione di un importante quotidiano sconvolto da “una strana esperienza notturna”. Seduto davanti alla scrivania dell’impeccabile professionista, il giovane si sente molto a disagio: nello studio regna un ordine implacabile. “Un perfetto allineamento di libri dalle costole marrone” occupa tre quarti della libreria, “nell’altro quarto una Treccani, l’intera collezione Ricciardi dei nostri classici della Letteratura, delle Bibbie, dei libri dai titoli in ebraico”…

A quarant’anni di distanza dalla prima uscita per le Edizioni Il Formichiere torna sugli scaffali – su impulso di un’acclamata edizione americana per i tipi della Norton – un libro che ha tutto per essere definito “maledetto”. L’autore è il piemontese Giorgio De Maria (malgrado all’anagrafe non risulti un De Maria nato a Torino nel 1924), strana e inquieta figura di impiegato cacciato prima dalla FIAT e poi dalla RAI, critico teatrale per “l’Unità” a tempo perso e insegnante di Lettere in un istituto tecnico, pianista talentuoso e irriverente paroliere del gruppo Cantacronache, per una vita violento anticlericale salvo poi avere una crisi mistica e convertirsi a metà degli anni Ottanta ad “un cattolicesimo duro, senza vie di mezzo, di un’ortodossia esasperata”. Dopo uno spettacolare tentato suicidio, ecco l’abisso degli psicofarmaci di cui quasi subito De Maria impara ad abusare, fino alla morte nel 2009, “mezzo barbone, tutto matto, alcolizzato e distrutto dall’Halcion”, come ha raccontato sua figlia Corallina a Giovanni Arduino, che della nuova edizione Frassinelli de Le venti giornate di Torino firma la prefazione e al romanzo dedica un saggio (uscito solo in ebook) che è una guida alla lettura, la cronaca di retroscena editoriali ma anche un breve romanzo esoterico. Un saggio intitolato indicativamente Il diavolo è nei dettagli: perché la Torino di De Maria – e il luogo comune della “capitale esoterica d’Italia” stavolta non c’entra nulla – ha un volto spettrale sotto la maschera da Gianduja, “non un demone infernale, non proprio, ma un’aura maligna, dispettosa, capace di apparire e scomparire come la puzza di aceto”. Da dove nasce però questo improvviso interesse oltreoceano per un romanzo italiano del 1977? Non certo dalla triste parabola umana dell’autore, né dalla trama oscura e densa di metafore: nasce da una intuizione veramente incredibile presente nel libro. De Maria immagina che un gruppo di ineffabili giovani fondi un’istituzione chiamata “la Biblioteca” – situata nell’istituto di carità della Piccola Casa della Divina Provvidenza, ovvero il Cottolengo – che raccoglie qualsiasi tipo di contributo scritto da parte degli utenti (memoriali, confessioni, sfoghi, teorie politiche, segreti) e lo mette a disposizione degli altri, che avidamente lo leggono e commentano. Esattamente, un Facebook cartaceo. Un social network ante litteram che altrettanto profeticamente (o forse più profeticamente ancora) lo scrittore immagina causare tensioni pazzesche, vergognose nevrosi, contorti voyeurismi, fino all’implosione e alla chiusura.



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