Le vittorie imperfette

Le vittorie imperfette

Se da ragazzino qualcuno gli avesse domandato “che cosa vorresti fare da grande”, Emiliano Poddi avrebbe risposto: unirmi alla squadra di pallacanestro dell’Unione Sovietica, farmi spuntare i baffi e vincere un oro olimpico. Cresciuto in una famiglia di cestisti, tra cui una madre che custodisce l’autografo di Dino Meneghin accanto al proprio elettrocardiogramma, era di fatto inevitabile che Emiliano si appassionasse al basket. A maggior ragione quando, trent’anni e aspirazioni da campione olimpico alle spalle, si ritrova a guardare un documentario televisivo intitolato Il duello. Il duello in questione è infatti una partita di pallacanestro di cui Emiliano ha sentito parlare in toni mitici: la finale disputata tra USA e URSS alle olimpiadi di Monaco del 1972. Emiliano non conosce ancora il risultato della partita, nemmeno era nato quando è stata giocata, ma sente che ciò che è accaduto nel 1972 lo riguarda da vicino. In piena Guerra fredda, alla luce dell’attentato alla delegazione olimpica israeliana, le due superpotenze si incontrano a Monaco per contendersi il gradino più alto del podio. Tra i giocatori schierati in campo ci sono anche i giovanissimi Aleksandr Saša Belov e Kevin Joyce, entrambi col numero 14, entrambi determinati a portare a casa l’oro. Ed ecco che, proprio quando mancano pochi istanti al fischio finale, il tempo impazzisce e inizia a ripetere se stesso, imprimendo quegli ultimi tre secondi di gioco nella leggenda...

 

Ci sono molti modi di scrivere intrecciando realtà a finzione, soprattutto se realtà collettiva e privata sono a loro volta connesse. Uno di questi modi è informarsi, immergersi nel periodo storico in questione con l’aiuto di documentari, articoli, testimonianze dirette. Quello insomma che alle scuole elementari ci hanno insegnato essere il “metodo storico”. Le vittorie imperfette riesce magistralmente in questo e si distingue non solo per l’accuratezza delle fonti, ma anche per il ritmo, la vivacità della narrazione. Ѐ un libro dotato di spirito, di quelli che strappano sorrisi in maniera intelligente e che fa venire voglia di documentarci a nostra volta cercando quel quadro o quel filmato. Emiliano Poddi ha creato un’opera sferica, a tutto tondo, dove vicende e personaggi, siano essi reali o fittizi, danzano tra un capitolo e l’altro. Capitoli che usano toponimi per titolo, così che il lettore non viaggi solo temporalmente, ma anche geograficamente, passando dalle spiagge di Pearl Harbour al campetto di basket di una scuola di Cisternino, da un’esibizione su Edward Hopper a Losanna a una finestra affacciata sulla fiamma olimpica di Torino 2006. E non lasciatevi dissuadere dall’idea che si tratti di un racconto sulla pallacanestro, perché non lo è. Non solo almeno. La pallacanestro è il medium usato per raccontare l’epica di un momento sportivo, che è sua volta mezzo per raccontare i sogni di quando eravamo bambini, le occasioni mancate, le persone che ci siamo lasciati alle spalle. Per poi scoprire che sono state soprattutto le vittorie imperfette che ognuno di noi ha accumulato ad averci fatto arrivare dove siamo ora.



 

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