Lear

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Nei pressi del muro. I piedi affondano nel fango. Una catasta di materiale da costruzione. Un tonfo, un urlo, concitazione. Arrivano il re Lear con le figlie Bodice e Fontanelle, insieme a Lord Warrington, il vecchio Consigliere e il seguito di Lear. Un lavoratore ha fatto cadere un’accetta in testa ad un altro lavoratore. Omicidio punibile con la fucilazione. Il vecchio Lear insiste affinché l’ordine venga eseguito. Le figlie gli si mettono contro. Non vogliono che l’uomo venga ucciso. Lear è vecchio, dicono, l’umidità e il fango gli fanno perdere il senno. Non ha più il controllo della situazione. Il Governo deve passare di mano. Bodice e Fontanelle sposano Cornovaglia e Nord, i due nemici che Lear voleva tenere al confine, fuori dal muro che avrebbe reso la sua famiglia e chi lavorava per lui liberi. Ora Lear è vecchio, tradito e scacciato, miserabile si trascina nei boschi, si rifugia in una casa di campagna dove il Figlio del Becchino conduce la sua tranquilla vita di fattoria con la moglie Cordelia. Lear trova momentaneo riposo, finché la macchina del nuovo governo con le sue propaggini non lo raggiunge: il Ragazzo ucciso, la moglie Cornelia, violentata. Lear è condotto in prigione, torturato e mediante tortura accecato. Qui, cieco, comincia a vedere, a capire…

“Ancient images”, antiche immagini tornano in teatro, messe a fuoco dagli autori per raccontare, con urgenza umana, il tempo presente. Così scrive il drammaturgo Edward Bond (anche sceneggiatore, come in Blow-up) in un articolo del 1995 pubblicato sul quotidiano britannico “The Guardian” dedicato a Blasted di Sarah Kane. Antiche immagini emergono nell’urgenza di uno scopo, di una direzione nello spazio-mente del palcoscenico, Bond lo specifica: la ricerca della giustizia nelle pieghe di una società, di un Occidente in cui impera l’ingiustizia: attenendosi alla “morale sociale” così formata le persone ripetono meccanicamente la stessa violenza strutturale gli uni sugli altri: “onesti e rispettabili, commettete crimini e li chiamate legge”! Ecco il re Lear camminare da Shakespeare agli anni ‘70, ossessionato dal muro di difesa e di libertà – ordine e legge: ormai vecchio miserabile, cieco, lo vede finalmente nudo e spoglio come prigione e condanna per l’uomo. Pièce del 1971, Lear è proposto qui nella traduzione di Tommaso Spinelli: di sicuro interesse la cura dell’edizione, parallela alla messa in scena italiana dell’opera per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli, la quale, insieme a Spinelli, è autrice dell’intervista a Bond pubblicata in coda al testo: insieme a un saggio di Attilio Scarpellini e alla rilevante introduzione dello stesso Bond compongono un’efficace introduzione all’opera del drammaturgo inglese.



 

 

 

 
 
 
 

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