Legami di sangue

È domenica a casa Demestre, il giorno consacrato al pranzo di famiglia. Eccoli tutti e quattro, come sempre: Albert, Augustin, Alain e Mariette, seduti attorno al desco materno insieme ai loro coniugi. Tutte nuore, per la verità, perché l’unica sorella, seppur adulta, non ha trovato ancora pace per il proprio cuore e un compagno per la propria vita. Quale cruccio è questo per l’anziana madre Anna, che sogna di vedere i suoi figli felici, sistemati, accasati e in perfetta armonia tra loro. Il pranzo della domenica ha questo scopo, in effetti: tenere ben stretto il legame tra la madre e i figli ma anche evitare che le distrazioni coniugali sfilaccino i rapporti tra fratelli. Una premonizione? L’istinto materno? Perché seppur ben celato agli occhi della madre, tra i quattro rimane sempre vivo un sottile rigagnolo di astio, calmierato dalle buone maniere, dall’educazione borghese, dall’amore per il quieto vivere, eppure non domo. Una delle canoniche domeniche è funestata da un improvviso malore della madre, che tiene i congiunti col fiato sospeso per qualche notte. I figli appesantiti dall’apprensione, le nuore tutte premure e carinerie nei confronti della vecchia suocera, il medico e l’infermiera a verificare lo stato di salute della malata. In questo quadro di apprensione e di presagio della fine, un fulmine a cielo sereno: Alain con la sua bruciante verità. Un matrimonio infelice da molto, troppo tempo, il bisogno ormai intollerabile di lasciare tutto per raggiungere l’altra. Il bisogno di soldi, perché al legame di cuore si intreccia anche un poco chiaro affare di soldi. E come dirlo alla madre, come dirlo alla moglie, che peraltro è la sorella della moglie di Augustin? Distruggere un matrimonio per avvelenarne un altro, convincere i fratelli ad aiutarlo in nome dei legami di sangue, affrontare la paura per la reazione materna, o per la fine che nessuno vuole chiamare morte ma che tutti e quattro avvertono nell’aria …
A metà fra romanzo breve e lungo racconto, questa storia evoca la suggestione di un merletto. Fatto a mano con cura, con la maestria d’altri tempi, da mani abili e pazienti, curato in ogni dettaglio, in ogni punto, nel disegno e nella fattura. Ecco com’è la storia dei Demestre. L’ambientazione, del resto, nella borghese Francia di inizio Novecento è già un chiaro indizio del genere che si va affrontando sfogliando le pagine. L’affettata compassione per la sventurata Mariette, la sottile invidia per la posizione sociale immeritata di Albert, la superficiale convinzione che la complice ritualità di Augustin e della moglie siano sinonimi di felicità. Le apparenze, così faticosamente conquistate, così caramente e saldamente difese, sono squarciate pagina dopo pagina, i sentimenti si svelano, la buona educazione le buone maniere le buone abitudini sono rilette con la crudezza della verità. Il quadro che emerge è piuttosto duro, eppure trasferito su carta con l’eleganza e la morbidezza, appunto, di un lavoro all’uncinetto. Dalla rivelazione di Alain, che costituisce l’innesco per una sorta di rivoluzione familiare, ogni rapporto viene rivisto, gettando un’ombra malinconica sull’amore, sul matrimonio, sulla famiglia. I veri sentimenti resistono, questo è vero, ma sempre piegati alla logica del possibile, del sostenibile, del ragionevole. Dimentichiamo gli slanci sentimentali romantici, l’eroico sacrificio per coloro che si amano: la solidarietà familiare è un valore da salvare ma quel che resta, in fondo al cuore, è solo tanta, dolorosa amarezza.

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