Leningrado

Leningrado
L’assedio di Leningrado durò 900 giorni. In mezzo ad un freddo glaciale che toccò anche i 30° sotto zero e la tremenda carestia che nel 1941 causò migliaia e migliaia di morti, la sua popolazione diede la più grande dimostrazione di orgoglio e sacrificio che rappresenta una delle più alte e toccanti pagine di resistenza durante il secondo conflitto mondiale. Con gli uomini al fronte ad arginare l’avanzata dei tedeschi, le donne profusero il loro impegno sostituendoli nelle fabbriche, a produrre le armi che avrebbero sconfitto il nemico. La resistenza della città fu organizzata nel Servizio di difesa civile, ciascun cittadino si sentiva responsabile per gli altri: non si facevano domande inutili, la fiducia nella vittoria era cieca e da sola bastava, nella morsa della fame e del gelo, a forgiare spiriti d’acciaio: “Avevano capito di essere anch’essi al fronte, e questo fu tutto”. Quando le truppe sovietiche entrarono in città era il 1943: Leningrado aveva già resistito due anni e si preparava a resisterne un altro di più. Fu definitivamente liberata nel 1944 non dagli alleati, non da eserciti venuti da fuori, ma grazie alla resistenza del suo fronte interno, alle sue truppe, alle unità del fronte Leningrado. Alla sua gente…
Alexander Werth conosce bene i luoghi che racconta, poiché fanno parte della sua infanzia. Leningrado è la sua città di nascita, quando ancora si chiamava San Pietroburgo. Ritornarvi come suddito di Sua Maestà Britannica per raccontarla sotto le bombe, unico corrispondente di guerra inglese rimasto in città durante l’assedio, è stato più che il semplice compito del reporter. È stato un viaggio a ritroso nella città che è stata: piena di monumenti e fontane - che la cocciutaggine degli abitanti ha in parte messo in salvo - e di parchi trasformati in lugubri cimiteri di morti senza bare o in distese di cavoli o in orti comuni. Un racconto in presa diretta, rispettoso, mai invadente (di un certo giornalismo di stile, ormai sepolto), denso di descrizioni minuziose porta il lettore nel cuore della resistenza a fargli toccare con mano la graniticità della convinzione che la caduta di Leningrado non fosse un evento contemplato (“Naturalmente, in teoria, i tedeschi possono occupare la città. Ma rompere le nostre difese esterne può costare loro mezzo milione di uomini, e forse un altro milione prima di arrivare a espugnare l’intera città”). Il tratto umano che ne scaturisce restituisce una popolazione dal senso di appartenenza trasversale quasi folle, che porta con naturalezza a nutrire rispetto per questa vecchia capitale dell’impero zarista con un imperituro ed orgoglioso complesso di superiorità verso Mosca.

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