L'esodo dei gabbiani

L’esodo dei gabbiani
Una terra che un tempo era fertile e felice, irrigata da grandi fiumi dalle acque tranquille. Un Paese che aveva conosciuto la bellezza e coltivato sogni. Su tutto ora si allunga l’ombra sinistra di un sovrano che regna con inaudita crudeltà sulla sua famiglia e sul suo popolo, e arriva a far uccidere i propri nipoti quando sono ancora nel ventre materno perché nessuna illusione per il domani possa venire alla luce. Muhammad al-Hadi, uno dei suoi figli, aveva creduto nella sua bontà, ma davanti allo sfacelo di cui è spettatore capisce di dover prendere la via dell’esilio. Vede milioni di palme che bruciano e nugoli di mosche che riempiono l’aria. Sente la paura che grava sull’animo della gente. Respira l’odore della morte che impregna ogni cosa. E vuole fuggire come ha già fatto il fratello maggiore Ahmad, andarsene di lì come i gabbiani, che “volano, emigrano e non ritornano”. Perché per i discendenti di quel despota “neppure le spiagge calde rappresentavano più un rifugio sicuro”. Per Muhammad al-Hadi partire è l’unica salvezza. Un giorno tornerà per cercare di porre rimedio a tanta distruzione, anche se forse sarà troppo tardi. Forse allora il terreno si sarà inaridito per sempre, le donne saranno divenute sterili, tutti gli uccelli saranno migrati via e sarà rimasta solo la folle voce di quel padre impazzito, a continuare a urlare, a far imprigionare, torturare e giustiziare. Nella sua pena e nel suo rancore Muhammad non si capacita che chi lo ha generato abbia potuto diventare una simile belva feroce. Lui teme e odia quel genitore scellerato, ma deve trovare il coraggio di affrontarlo e ribellarsi per riprendersi la sua vita, per far rinascere la speranza...
Non è difficile identificare nell’Iraq lo Stato in cui è ambientato L’esodo dei gabbiani, e in Saddam Hussein il tiranno che colma della sua debordante presenza questo romanzo breve. 'Abd al-Ilàh 'Abd al-Qadir lo scrive nel 1992, quando il rais è ancora al potere, e per descrivere le efferatezze del suo regime sceglie la forma dell’allegoria. La narrazione poetica trasfigura la realtà storica irachena in un grido di dolore universale, esprimendo lo smarrimento di chi si è fatto portavoce del dramma di una popolazione inerme, vessata da una politica del terrore, estenuata dalle due guerre insensate in cui l’ha trascinata il dittatore (contro l’Iran nel 1980 e contro il Kuwait del 1990). Non si tratta solo dell’angoscia per gli orrori perpetrati, per le sofferenze subite. Si sente vibrare in ogni riga anche l’incredulità per la trasformazione malefica dell’uomo che ora siede in trono e che non a caso assume le sembianze metaforiche di padre ancor prima che di re. Un padre che sembrava magnanimo, lungimirante, generoso, e invece ha tradito le aspettative di chi aveva fiducia in lui. Un padre che come Crono divora ciò che ha concepito. E mentre l’oppressore getta la maschera, svelando in suo vero volto, tutto intorno a lui va in sfacelo. Di questa dissoluzione sono testimonianza anche i tre brevi racconti in appendice: la città che si muta in un’orribile foresta invasa da creature mostruose in “L’ultima pallottola”, i fantasmi che si dibattono nell’animo di Ulwàn in “Orazione funebre per Gilgamesh”, le strade e le piazze affollate solo di cadaveri in “Domani mi dirai che è così...”. Nel 1980 'Abd al-Qadir ha lasciato l’Iraq per trasferirsi negli Emirati Arabi, ma si è portato dentro la tragedia della sua patria, che affiora nella sua opera con un senso di tristezza infinita, di solitudine incolmabile. È una disperazione che nemmeno il diluvio tanto atteso da Muhammad, e che finalmente arriva a sommergere e ripulire ogni palmo di terra, può spazzare via, perché le ferite inferte dai totalitarismi lasciano cicatrici profonde, che continuano a sanguinare nonostante lo scorrere degli anni. E la domanda che si pone 'Abd al-Qadir in queste pagine continua a risuonare come un’eco funebre che non riesce ad estinguersi: “Come può il mondo degenerare fino a questo punto?“.

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