L'estranea

L'estranea
E’ una macchia nel polmone. Tutti i medici in fondo sanno benissimo di cosa si tratta, ma lei no, lei forse spera ancora. Si affida al medico che le sembra più affettuoso, quello che insiste e vuole chiarire e aspettare, e non buttarsi in cure che non possono farle altro che male: questo medico si prenderà cura di lei e capirà che lei non vuole dolore, che alla sua età non è più tempo di ingoiare pastiglie per poi sentirsi morire. Alla sua età tutto è diverso. Tutto, anche il rapporto con sua figlia. Quella figlia che la guarda e non la riconosce, che tenta di prenderla per mano per accompagnarla verso la guarigione ma non sa che sfiorarle fugacemente le dita per poi perderla su strade sempre più distanti, quella figlia che non vuole che lei se ne vada e che sempre più spesso si trova da sola a riflettere su una madre che non riconosce più, che si allontana dal cuore e dagli occhi diventandole estranea. Quella madre che sarà costretta a salutare dopo avere perso ogni certezza…
Parlare di malattia e morte è difficile, è impresa del tutto rischiosa. Si cade troppo facilmente nella retorica, si cerca la sensazione immediata e brutale e si scava nelle lacrime di chi legge. Andando a colpire la paura e il ricordo e il dolore. La narrazione di Elisabetta Rasy affronta il rischio e vince: la storia di una madre dai contorni precisi ma via via più sfumati, di un pellegrinaggio inutile tra ospedali e medici di sensibilità diverse, di pareri a volte tra loro opposti, la storia di una figlia che non può fare altro che aspettare e assistere impotente alla trasformazione, alla perdita, all’assenza di ogni prospettiva è raccontata con linguaggio perfetto e stile impareggiabile. Questo romanzo, secondo classificato al Premio Rapallo 2008, conquista per l’equilibrio e per la scrittura, e riesce a rendere una storia che potrebbe essere di chiunque, di qualunque donna, un ricordo particolare e incancellabile con il sapore dell’amore. Il libro di Elisabetta Rasy si legge piangendo lacrime composte, ingoiando con un sorriso l’ammirazione per il talento della scrittrice insieme a un vago senso di perdita di qualcosa di molto, molto personale. La visione di un madre, forse, o la certezza del calore di una stretta di mano flebile e piena di poesia.

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