Lettera al mio giudice

Lettera al mio giudice
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Sei un uomo di mezza età, hai avuto tante donne: almeno tre, senza contare tua mamma. Sei stato marito, vedovo, padre. E adesso sei in carcere. Chiedi al secondino carta e penna e inizi a scrivere. Il mittente della lunga lettera è il dottor Ernest Coméliau, giudice istruttore. Il tuo giudice. La persona a cui ti rivolgi è il magistrato che ti ha giudicato. Ed è da lì che inizi a raccontare, da quel giorno in cui eri seduto al banco degli imputati. Faceva molto caldo e quella donna dall’aria riservata che entrò, vestita di nero, era tua madre. Un giornalista stupido scambiò per vergogna nei confronti di suo figlio quella timidezza. Ma tu lo sai che tua madre non si è mai vergognata di te. E anche il giudice è giusto che lo sappia. Ed è allora che cominci a raccontare delle tue tre donne e dei tuoi due matrimoni. Nessuno, nemmeno tu, avrebbe mai pensato che un giorno un treno perso alla stazione avrebbe cambiato così tanto il corso della tua vita. In quegli anni eri al tuo secondo matrimonio e stavi facendo tardi, perciò hai iniziato a correre ma la valigia rallentava il tuo passo. Arrivato al binario che cercavi il treno è partito con un fischio davanti a te lasciandoti solo e sudato sulla banchina. È stato in quel momento che l’hai vista per la prima volta. Come te aveva perso il treno, si chiamava Martine. Poco dopo sareste andati a prendervi qualcosa da bere insieme. Quello è stato il giorno esatto in cui tutto è cambiato…

Lettera al mio giudice, di Georges Simenon, non è un giallo e non è nemmeno un romanzo epistolare a tutti gli effetti perché la missiva che scrive il protagonista, Charles Alavoine, è lunga tutta il libro. Scrivendo interamente in prima persona, Simenon racconta il suo personaggio in modo preciso e chirurgico. Il punto di vista dell’autore è praticamente assente. Tutto il calore, la passione, l’affanno e le nevrosi che si materializzano leggendo una pagina dopo l’altra questa lunga lettera sono frutto dell’Io di Charles Alavoine. Simenon modella il suo personaggio così bene da renderlo vivo e pulsante come sangue colato. Un corto circuito attraversa però tutto il libro. Quasi sempre la prima persona fa aderire il lettore al personaggio principale e, con il passare delle pagine, si finisce anche noi per aderire al suo punto di vista. A soffrire e a entusiasmarsi con lui. Questa volta però il meccanismo non funziona e qualcosa – forse un aspetto segreto del protagonista – rende Charles Alavoine un personaggio del quale istintivamente diffidare, dal quale tenersi alla larga. A ben vedere infatti c’è un altro personaggio, silenzioso e pieno di sospetti, all’interno del romanzo, che ascolta e (forse) giudica: quello del giudice istruttore a cui è indirizzata la lettera. Allora è una scossa elettrica, un salto penzoloni nel vuoto, giusto il tempo di rendersi conto che ad avere quella lettera tra le mani siamo proprio noi.



 

 

 

 
 
 
 

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