Lettera aperta

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Catania. L’Italia è un paese in caduta libera, che sta per andare incontro all’epoca più buia della sua storia recente. Goliarda è una bambina dal nome insolito perché le altre si chiamano Maria o Giovanna. Invece a lei è toccato chiamarsi come il figlio di suo padre, morto annegato prima che lei nascesse. In famiglia la chiamano perlopiù con un soprannome, Iuzza, molto diffuso in Sicilia. Ma lei lo sa, il suo vero nome è un altro ed è la sola a portarlo; cerca e cerca ancora, negli elenchi telefonici, per scoprirne un’altra, ma nulla da fare: è proprio l’unica. I suoi genitori non sono sposati. Il padre Giuseppe, avvocato, ha già altri figli quando inizia la relazione con sua madre, Maria Giudice. Sotto lo stesso tetto vivono sette ragazzi, maschi e femmine; Goliarda pensa siano tutti suoi fratelli e se ne accorge solo da una fugace battuta: “sei una bastarda”, dice Carlo, uno dei sette. Lo pronuncia con affetto ma quella parola resta indelebile nella sua mente. Goliarda non va a scuola, studia a casa con il professor Jsaya, un intellettuale anticonformista, l’unico che risponde alle sue tante domande, curiosa com’è di conoscere come va il mondo. Sviluppa negli anni l’amore per il teatro; comincia a pensare che possa essere la sua strada, la sua vita, un mestiere e un futuro. Conosce anche la sofferenza, intensa, per la morte di persone care. Soffre per Goliardo, anche se non lo ha mai conosciuto, o per lo zio Nunzio. Non comprende a fondo ciò che le dicono tanti adulti. Sono “bugie”. Le fa paura la sua mamma quando le ripete la frase“fra cinquanta, cento anni diventerò io la tua bambina”: le fa male ricordarlo anni dopo, con senso di impotenza e dolore...

Delirante, enigmatico. Un saliscendi nel quotidiano di una vita passata nella carne viva della storia italiana, in una famiglia anticonformista come poche in quegli anni. Goliarda Sapienza nasce nel 1926, da genitori sindacalisti socialisti. Porta un nome ingombrante, una sorta di presagio di una personalità forte e stravagante, quella che la caratterizzerà per tutta la vita. Lettera aperta è parte del suo grande romanzo autobiografico; è un racconto lungo incentrato sugli anni della sua infanzia, e proprio come l’infanzia è crudele e commovente. Goliarda non frequenta la scuola perché obbligata a lasciarla: sono gli anni del fascismo e lei, figlia di atei sovversivi, non può essere certo vista di buon occhio. Si forma a casa, legge di tutto in età precocissima. Nutre sentimenti contrastanti per la sua famiglia e si tormenta di domande a cui cerca costantemente risposte nel mondo che la circonda. Rileggendo il suo passato, si scopre, anche da questi piccoli grandi dettagli, il ritratto di una figura unica e originale, diventata solo da poco tempo di spicco nel panorama letterario italiano. Goliarda Sapienza si decide a raccontare la sua fanciullezza negli anni Sessanta, reduce da lutti e forti crisi depressive, esperienze che segnano la sua vita e probabilmente la sua scrittura. Lo stile di Lettera aperta appare così volutamente privo di linearità e ordine cronologico, mentre ripercorre quelli che definisce “i primi venti anni di questi quarant’anni”, che “a furia di volerli scientemente ignorare, si sono così ingarbugliati che non riesco a districarli”. E allora restano così, criptici e ingarbugliati, e nel loro groviglio maledettamente affascinanti e strazianti.



 

 

 

 
 
 
 

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