Lettere dal carcere

La Contessa Constance Gore-Boothe, poi maritata Markiewicz, nata in Inghilterra ma vissuta per la parte più significativa della sua vita in Irlanda, è una figura tra le più affascinanti del XIX secolo, un secolo ricco di eroi, idealisti e battaglie. Attivista politica, appassionata alla causa dell’indipendenza irlandese, artista, scrittrice, parlamentare, nonostante fosse inglese fu nominata Teachta Dàla (Ministro del lavoro dell’Assemblea d’Irlanda) in un’epoca in cui le donne nel resto del mondo non avevano neanche il diritto di voto. Partecipò all’Easter Rising, la rivolta di Pasqua del 1916 e proprio in seguito a questa rivolta è stata incarcerata la prima delle cinque volte che ha subito la prigione nell’arco dei dieci anni coperti dalla corrispondenza oggetto del volume. Tra un arresto e l’altro è stata spesso costretta a vivere da latitante. Sono lettere indirizzate alla sua amatissima sorella Eva Gore-Boothe o alla fedelissima amica e convivente di quest’ultima, alle quali aveva chiesto di fare da intermediarie con i veri destinatari delle missive, quelle raccolte nel volume. Missive prive di riferimenti personali o familiari ma molto dettagliate sulla lotta politica, sulla situazione attuale sua personale e del Paese e le azioni da intraprendere per mutare entrambe. Questa scelta è dovuta tanto alla necessità di tenere i suoi cari lontani dall’occhio vigile della censura e della Polizia, quanto a quello che si intuisce essere il suo innato altruismo, che la porta a preferire parlare delle condizioni in cui versano i lavoratori irlandesi piuttosto che di sé. Il tono delle lettere cambia di anno in anno, di detenzione in detenzione, di carcere in carcere e gli accenti più accorati sono nelle lettere dell’ultimo periodo, quello trascorso in un carcere inglese. Non ha paura per sé Constance , ma è spesso angosciata per le condizioni in cui potrebbero versare donne del popolo che dipendono dal suo sussidio e prega sua sorella di contattarle, segue la campagna elettorale di Wilson negli Stati Uniti, ha una visione lucida e realistica degli eventi del mondo e della situazione irlandese, accenna alla nostalgia per il suo cocker più di quanto rievochi suo marito, quel Conte Markiewicz che è rientrato in Patria poco dopo il suo primo arresto…

Constance Markiewicz ‒ le cui “lettere dal carcere” raccolte e pubblicate a cura di Loredana Salis sono un contributo prezioso per la conoscenza di una donna fuori dal comune ‒ ha versato fiumi di inchiostro in lettere, pièce teatrali, un libro, ma, soprattutto ha provocato l’interesse non sempre benevolo di molti politici, osservatori, biografi. Nel novero dei giudizi che la riguardano, se molti sono di esagerata agiografia, una quantità insospettabile sono invece di suoi detrattori che l’hanno marchiata negli anni, di volta in volta come superficiale, in cerca di attenzione, non sinceramente devota alla causa irlandese, oppure come fanatica troppo devota che ha abbandonato persino sua figlia per dare voce al proprio odio per gli inglesi. Non è riuscita mai a farsi perdonare le origini nobili e inglesi. La prefazione di Cristina Nadotti ci fa scoprire una donna dalla vita estremamente affascinante, che, come tutti i precursori ha avuto difficoltà a farsi conoscere davvero dai suoi contemporanei. Ha organizzato una mensa durante il grande sciopero che ha portato alla Rivolta di Pasqua, ha scritto testi teatrali e di grammatica. Dalla sua corrispondenza si evince che era in rotta anche con il movimento femminista di Packhurst a causa della sua visione del socialismo cooperativo e della convinzione che “emancipazione femminile, emancipazione dell’Irlanda e diritti dei lavoratori vanno di pari passo”. Sappiamo che la Storia l’ha smentita, ma, alla luce dei risultati futuri non è azzardato affermare che forse non avesse tutti i torti. Constance, diversamente e prima di molti altri è convinta che la salvaguardia e la diffusione tra il popolo della lingua irlandese sia uno strumento imprescindibile per costruire al Paese un’identità nazionale e scrive una Teoria e grammatica di base dell’Irlandese. Man mano che la sua vicenda politica e personale procede, le lettere mostrano una sua maturazione, un’accresciuta consapevolezza e coscienza civile, dedicano sempre meno attenzione alle minuzie personali e si fanno più analitiche, anche mentre orchestra strategie per sé e per la causa, il tono è più sarcastico, le analisi sono sempre più limpide; i giudizi sempre più tranchant non risparmiano nessuno, dai carcerieri all’odiato governo inglese che sembra imbastire bugie sempre più fantasiose per tenerla in carcere. Di se stessa dice di essere nata e cresciuta in un’epoca, quella vittoriana “tra due mondi, uno morto, l’altro incapace di nascere”.



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