Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana
Trecento pagine e poco più per ricordare gli uomini, le donne, i militari che si sono immolati a un ideale nuovo, che andava contro l’omologazione imposta dal partito fascista. Fra le testimonianze più toccanti c’è la lettera/capolavoro di Leone Ginzburg (tra i fondatori della stessa casa editrice Einaudi), c’è un ‘Coraggio mamma’ scritto con il sangue su una pagnotta ritrovata nella cella di Ignazio Vian, l’infinita modestia della madre Paola Garelli che raccomanda alla figlia Mimma di studiare, l’orgoglio dell’operaio Giambone che aveva lavorato a fianco di Antonio Gramsci e tanti ‘W l’Italia’ che oggi risuonano distanti, quasi obsoleti. La carrellata dei personaggi, noti e sconosciuti, è impetuosa e scorre come un fiume in piena: le lettere dirette ai familiari, ai compagni del partito comunista, alle amate e a un ideale di libertà utopico, risuonano come monito e ricordo obbligato per chiunque abbia perso la memoria di cosa sia stata la Resistenza con la erre maiuscola...
Un libro che raccoglie le voci di chi sta aspettando la fucilazione non può che essere un’esperienza toccante. Non sono i prigionieri di Guantanamo o gli sventurati rinchiusi in cella dai cosiddetti terroristi di Al Qaeda. Le testimonianze raccolte in questo documento, che fonda l’essenza della nostra Repubblica, ci parlano da luoghi vicini: Milano, Cuneo, Savona, Torino, Firenze, Roma. In una parola: Italia. Questa è la storia che ogni cittadino del Bel Paese dovrebbe avere in casa e leggere più spesso. Un libro che ribolle sempre e comunque, un atto d’accusa implicito contro l’oppressione nazifascista. I timori, le speranze di essere risparmiati davanti al plotone d’esecuzione, la resa alla dura e atroce verità: sono questi e molti altri gli ingredienti che dipingono senza retorica la Spoon River dei combattenti per la libertà italiana. In un periodo storico come il nostro, nel quale l’abuso della parola libertà è all’ordine del giorno in troppi comizi elettorali o salotti televisivi, queste righe ci riportano al significato originale di quella parola, quando la sua assenza pesava e l’aria della dittatura di regime era ormai diventata irrespirabile. Per chiudere questa breve recensione in modo da non offendere quelle vittime, mi sembra doveroso citare l’invito che conclude la prefazione alla prima edizione del 1952 di Enzo Enriques Agnoletti: “Possano queste parole, questa purezza, restare in noi ogni volta che pensiamo a quel tempo, a quei fratelli le cui voci sono e saranno tanto più vive delle nostre. Ascoltiamole”. Sarà fatto.

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