Lettere di guerra

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Scopriamo un personaggio incredibile: surrealista ante litteram, fonte d’ispirazione prima per Breton e compagni, morto a ventiquattro anni per una forse involontaria overdose di oppio. Jacques Vaché (Lorient, 1895 – Nantes, 1919), studente delle Belle Arti, resistette al fronte soffrendo per l’obbligo di rappresentare la nazione in guerra: anarchico in divisa, si prendeva gioco della vita e della morte, sognando la libertà. Scriveva ai suoi amici, e queste lettere – spesso illustrate, come potrete apprezzare nella bella edizione Duepunti – sono tutto quel che esiste e rimane della sua opera. Spiega Schifani nella (bella) postfazione: “Dal 1916 al 1918, anni in cui V. scrive agli amici, il conflitto si è inasprito (...). La stanchezza, la noia minano profondamente l’animo del giovane Vaché, dandy e anarchico, nel suo radicato individualismo. In un passaggio delle ‘Lettere’, solo davanti alla guerra, afferma consapevolmente che la condizione di soldato è essenzialmente incompatibile con la condizione umana in generale”. Incompatibile e tuttavia inevitabile. Non siamo riusciti ancora a liberarci dalle guerre, e dall’atrocità della giovinezza consegnata alla morte senza senso, al fronte. E quand’anche il senso fosse la difesa del proprio popolo e delle proprie radici culturali, che tristezza e che orrore, e che foto impietosa della razza umana che ne deriva. Conosceremo mai un’evoluzione?

Come scriveva Vaché? Come un artista che aveva un controllo più elevato della lingua e del pregiudizio del pubblico, e giocava a bruciare il lettore con descrizioni frenetiche e incisive e divertenti, e tutta una serie di incidentali. Come un “registratore inconscio di molte cose, in blocco” (14-11-18). Come chi si trovava al fronte per malasorte, senza nessuna partecipazione e nessun entusiasmo, e sperava di trovare almeno qualche buon libro da leggere. La fantasia, intanto, sublimava il male. La fantasia, il pensiero dei compagni a Parigi, e la capacità di riconoscere del sano grottesco (“ubique”) nella quotidianità della morte, della distruzione e dell’infelicità. “Mi darebbe noia morire così giovaneeeeee”, scrive. “Lasceremo all’Onestà logica – l’onere di contraddirci – come a tutti quanti. OH DIO ASSURDO! Perché tutto è contraddizione – non è vero? E sarà umore chi non si lascerà mai conquistare alla vita nascosta e SORNIONA di ogni cosa – Oh svegli mia – occhi – e ipocrita – che mi detesta tanto!” (18.8.17). Interprete per gli inglesi, è perplesso per il loro scarso umorismo. “Porto a spasso tra rovine e villaggi il mio monocolo di cristallo e una teoria di quadri inquietanti – Sono stato, in successione, un letterato cinto d’allori, un noto disegnatore pornografico e uno scandaloso pittore cubista (...). Il risultato non importa” (X., 11 ott. 16). E a volte si ritrova a confondere il lirismo con la satira, e ne derivano frammenti come questo: “Well – Aspetto una vostra lettera, se avete voglia, benché il rombo banale degli aerei si faccia gloria di ciuffi bianchi di polvere, e che questo orribile uccello fili dritto nell’accecante, pisciando un filo d’aceto” (Al signor A.B., 4.6.17). L’impatto è di una vivacità micidiale, solare e sconvolgente. Chissà quanta arte poteva piovere da questo cielo, capace di indossare diverse uniformi e ridere di ognuna di essere, perché l’unica sua divisa era quella dell’arte. “Vaché (...) esercitava su di noi una seduzione senza pari. Il suo comportamento e i suoi discorsi erano oggetto di continuo riferimento. Le sue lettere erano un oracolo e la caratteristica di quest’oracolo era di essere inesauribile. Penso oggi che egli fosse in possesso del grande segreto che consiste nello svelare e velare contemporaneamente. Sta di fatto che per noi egli incarnava il più alto potere di ‘distacco’” (André Breton, “Entretiens 1913-1952”) In appendice, Un caso di cronaca: ossia, la morte di due giovani della buona borghesia di Nantes – Vaché e un suo compagno – per overdose di oppio, raccontata dai giornali locali. Vengono salutati come valorosi reduci dal fronte, vittime della loro giovinezza e della loro inesperienza. Peccato, davvero. Vaché, quasi cento anni dopo, vive: inespresso e incompiuto, se ne frega del destino e sorride a chi vuole abbattere il muro delle accademie, e le trincee delle leggi e degli Stati.



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