Lezioni di strip-tease

Lezioni di strip-tease
“Ti piacciono le camicie con i ghirigori?”. Era l'unica frase che gli era venuta in mente quando, imbambolato da quel privé con Stevie, era riuscito a biascicare qualche parola, arrossendo. Dopo tutto si era manifestato per quello che era, una persona dolce. Carroll è un cliente abituale dell'Indiscretions, un tipo solitario, discreto, che si distingue da quella massa informe di clienti presuntuosi, benestanti e volgarmente arrapati, proprio per la sua timidezza. Fa l'archivista in uno studio legale, subordinato quanto basta per sentirlo tutto il peso della cattiveria dei colleghi. In fondo lui non ha foto di figli da esibire né ci terrebbe a incorniciare (nemmeno se li avesse avuti) quegli pseudo-attestati di pseudo-riconoscimenti di pseudo-enti prestigiosi. L'unico suo momento di gloria è all'Indiscretions, quando di fronte al consueto e inebriante succo di mela frizzante può osservare, seminascosto dal buio, la bellezza dei corpi femminili. Non avrebbe mai avuto il coraggio di avvicinarsi alle ragazze, né sarebbe stato particolarmente interessato a sborsare venti dollari per un privé se un giorno non fosse comparsa Stevie. Un'apparizione quasi mistica. Stevie Stevie Stevie, Carroll se lo ripete come un mantra. Solo con Stevie il privè può avere un senso, tanto vale prendere coraggio e non badare a spese. Lei, dal canto suo, sembra intenerita da quell'uomo così fragile. E così quegli incontri privati diventano tenere chiacchierate, non particolarmente ricche di contenuti, ma dolci, come se Stevie avesse incontrato casualmente un bastardino randagio. Ma poi una mano si muove in sincronia col cuore, lui le sfiora i seni, violando le regole...
John O'Brien, in linea con la sua tragica morte e col romanzo che l'ha reso celebre, Via da Las Vegas, ci dona un nuovo, lucido e implicito atto d'accusa contro la società contemporanea. Tra le pagine si boccheggia nel soffocante vuoto pneumatico della routine quotidiana: piccole meschinità, banalità ripetitive rette da individualismo spinto, alveo dove la sensibilità umana è inesorabilmente esclusa. Carroll è a suo modo un eroe solitario: una solitudine latente, ingombrante e significativa, nonostante egli non sia un genio (la sua vita non è fatta di letteratura, di film, di poesia), né sembra interessarsi a particolari ideali di giustizia ed uguaglianza. Un eroe normale. E non poteva essere altrimenti in un romanzo dove tutti i luoghi comuni sono accuratamente evitati: non ci sono sigarette, abuso di alcol, droga, prostituite o papponi. Proprio qui sta la straordinarietà della narrazione: il problema non sarebbero gli eccessi di una collettività perversa, ma la normalità di uno scorrere di eventi meccanico, triste, malinconico, eppure percepito dai più come “normale”. Carroll è solo contro tutti; è un uomo che potrebbe dare amore molto meglio di chiunque altro, ma che il sistema subordina al ruolo di personaggio triste. Un ribaltamento dei ruoli insopportabile, perchè la vera tristezza sta proprio in quel meccanismo ripetitivo e replicante col quale cerchiamo di fuggire dalla morte.

 

 

 

 
 
 
 
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