Libri, autori e cappelli

Libri, autori e cappelli

A chi sostiene che la letteratura stia scomparendo Mark Twain risponde: “Il fatto è, amici miei, che le mode in letteratura cambiano, e i sarti letterari devono modificare i loro tagli oppure escono dal mercato”. E se i romanzi contemporanei non sopravvivranno a lungo a lui non importa, ciò che davvero importa è che le famiglie di quegli autori che ce la fanno, quelli che sopravvivono e vengono letti anche dopo la morte siano tutelate; l’importante è che le leggi americane impediscano il furto intellettuale: “Non riesco a capire perché ci debba essere un limite alla proprietà del prodotto dell’ingegno di un uomo. Non ci sono limiti alla proprietà immobiliare”. Perché si fa tanto parlare dell’importanza della letteratura, della poesia, dell’arte, si grida alla sua morte, ma poi non si protegge quell’unico libro, quella perla, che tra le migliaia e migliaia di pubblicazioni si distingue e sopravvive. Anche a chi gli chiede come mai non indossi abiti neri e cappelli a cilindro risponde che a settantun anni non gli importa, così come non gli importa dei complimenti; ne è lusingato, certo, ma l’unico complimento indimenticabile della sua vita gliel’ha fatto Charles Darwin, inconsapevolmente. Perché il fatto che il padre dell’evoluzionismo tenga i suoi libri sul comodino e non li voglia toccati perché li legge per addormentarsi significa che lo scrittore ha raggiunto l’obbiettivo più importante: è arrivato al lettore...

Questo e altri temi sono al centro di una serie di discorsi pronunciati da Mark Twain tra il 1886 e il 1908 in varie occasioni pubbliche come la commemorazione della nascita di Benjamin Franklin, il banchetto all’Associazione dei librai americani o il discorso alla commissione per la nuova legge sul copyright. Elliot li ha raccolti in un agile libriccino, un testo breve che si può leggere tutto d’un fiato o assaporare lentamente per lasciarsi catturare dall’ironia dissacrante, dal genio, dalla spontaneità e dall’umorismo di uno dei più grandi scrittori americani, di un uomo per cui l’esagerazione era l’unico modo per avvicinarsi alla verità. Mr. Samuel Langhorne Clemens, in arte Mark Twain, non ha bisogno di presentazioni, eppure questi testi ci aiutano a conoscere l’uomo e lo scrittore che ha dato vita a Tom Sawyer e Huckleberry Finn e che ha lasciato un’eredità che va al di là dell’impronta delle sue opere nella letteratura mondiale: la sua capacità di mettersi in gioco, il fatto di girare per gli Stati Uniti tenendo conferenze e presentazioni; l’abilità nell’utilizzare la sua personalità in modo attivo per promuovere i suoi libri e le sue idee, al punto da venire considerato una celebrità, ha cambiato per sempre il significato della parola “scrittore”. Insomma, per citare il cartello che lo accolse in Inghilterra: “Arriva Mark Twain rubata la Coppa di Ascot”. Da un lato, questi discorsi sono un modo per scoprire Mr. Clemens dietro Mark Twain, o forse Mark Twain dietro Mr. Clemens – “Conduco una doppia vita, ed è uno sforzo piuttosto impegnativo” –; dall’altro forniscono un interessante scorcio sulla vita intellettuale di quegli anni, sul rapporto tra letteratura americana e inglese, sul ruolo dei librai e degli editori, sullo stato della letteratura, sul ruolo degli scrittori e soprattutto sulla questione del diritto d’autore. In tempi in cui la vita commerciale di un libro è estremamente breve, è interessante leggere che un secolo fa le vendite si riducevano dopo una decina d’anni. In tempi incerti e violenti l’idea di abolire i poliziotti con manganelli e revolver e sostituirli “con una squadra di poeti armati fino ai denti di poesie che parlano di primavera e d’amore” risulta esilarante e contortamente attuale, così come suona adatta al tempo della dissacrazione la sua definizione di un classico: “qualcosa che tutti vorrebbero avere letto e che nessuno vuole leggere”.



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