Life

Life
1975. Una Chervrolet Impala gialla percorre le polverose strade dell’Arkansas. I quattro tipi strani che ne scendono per infilarsi nella più classica delle tavole calde del sud degli States non sono graditi all’ancora più classica clientela: rudi camionisti e onesta gente del posto. Quei vestiti, i loro capelli, lo sghignazzamento scomposto: sono chiaramente strafatti e le  solerti forze dell’ordine che già si sfregavano le mani al pensiero di sbattere dentro questi tossici toccano l’apice del godimento quando scoprono che uno di quei brutti ceffi è Keith Richards, noto eroinomane e chitarrista della rock band più famosa e pericolosa del mondo: i Rolling Stones. Inizia così, con questa pittoresca ed esemplificativa digressione à la “Easy Rider”, il racconto di come il piccolo Keef, il figlio unico di Doris e Bert, cresciuto a Dartford, nelle paludi dell’East London, sia diventato Keith Richards, la star. E chi si aspettava la parabola ascendente di un teppista in erba resterà deluso: inseguito dai bulli, timido, persino bravo a scuola per un certo periodo, l’unico tratto in comune del bambino e preadolescente con il dinoccolato axeman in grado di scaldare i palchi di tutto il mondo è la passione incontrollabile per la musica: da Malagueña, imparata per farla sentire a nonno Gus, all’incontro folgorante con Elvis e la black music... 
Tutto il resto è la leggenda: l’incontro con il suo Glimmer Twin, Mick Jagger, i primi successi nei piccoli club inglesi, l’exploit mondiale, i soldi, la fama, la rivalità-amicizia coi Beatles, le canzoni che hanno segnato generazioni, le donne bellissime, gli amici lasciati per strada e soprattutto la droga. Non tralascia e non nasconde niente Keith, aiutato a riordinare i suoi, talvolta confusi, ricordi da James Fox a cui va  il merito di aver  lasciato inalterata la sua voce senza forzarla in inutili preziosismi linguistici: la narrazione è spesso sboccata, insolente o esitante;  a volte delega a chi era presente il racconto di avvenimenti a cui sa di aver partecipato ma non può ricordare: riporta tra le righe le scrollate di spalle scanzonate e beffarde e i gesti disperati e ansiosi del tossico in crisi d’astinenza. Ma soprattutto, lascia spazio a delle voci sorprendenti e inedite: quella del chitarrista che, tra la spiegazione della leggenda del famoso Mars di Marianne Faithfull e il racconto del trionfale concerto ad Hyde Park nel 1969, racconta l’entusiasmo della genesi dei brani, l’esaltazione di fronte alla scoperta di nuovi modi di suonare (epico il pezzo sul banjo!!) e di nuovi artisti per frenetiche jam session alla ricerca di un suono o un effetto; quella del padre, amorevole, a suo modo, quando trascina in tour un ragazzino di 7 anni trattandolo come un compagno di viaggio, o disperato di fronte alla morte di un altro figlio; quella dell’amico ferito di fronte alle manie da star di Mick Jagger e non per una presunta rivalità “scenica” ma perché “ehy in fondo siamo cresciuti insieme”. Ed è bello scoprire dietro un mito, troppo spesso appiattito dietro gli stereotipi della rock star, una persona vera che sembra ancora stupirsi di quanto di bello sia accaduto nella sua vita mentre era impegnato a fare errori o, più semplicemente a suonare la sua chitarra. Il libro insomma, è potente come un riff di chitarra elettrica e commovente come la più dolce delle ballate. E ha una discografia interessante da tenere in sottofondo durante la lettura. Perciò, se amate la musica e in particolare gli Stones, mettetevi comodi: lo show sta per iniziare.

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