L'imbattibile Walzer

L'imbattibile Walzer
Siamo negli anni '50, e Oliver Walzer ha all'incirca undici anni quando scopre per la prima volta il ping pong. E' nel laghetto dell'Heaton Park, alla periferia di Manchester, che trova infatti la piccola pallina bianca di celluloide che darà il la alla sua primordiale passione. Da quel momento in poi infatti, per la disperazione delle due sorelle maggiori, inizierà un'infinita iniziazione sportiva a colpi de Il dottor Jekyll e Mister Hyde - già, proprio il libro di Robert Louis Stevenson – sostitutivo naturale e neanche poi così irregolare come ci si potrebbe aspettare di una più normale e regolamentare racchetta da ping pong. Non c'è minuto libero della giornata che Oliver non utilizzi il volume per allenarsi contro il muro della sua camera, sognando di strappare il titolo all'allora campione Ogimura, da stracciarsi grazie a un perentorio 21-0 21-0 21-1 prima di fiondarsi tra orde di fans in liquido delirio per lui. Insomma in breve non solo l'infinita schiera di donne del ramo materno si erano dovute arrendere al prodigioso effetto tagliato che il giovane Walzer aveva presto - non si sa bene come - immagazzinato, ma anche i parenti maschi della frangia paterna e i persino i sempre più incuriositi vicini di casa erano finiti ko sotto i fendenti – sempre effettuati con il romanzo di Stevenson tra le mani – dell'astro nascente Oliver Walzer. Eppure neppure quell'escalation pareva lenire la timidezza cronica di cui si sentiva vittima il ragazzo. Anzi. Il rossore addirittura aumentava in maniera direttamente proporzionale al numero di successi ottenuti. “Uno: mi vergognavo di esistere, e due: mi vergognavo che la mia esistenza fosse coronata dal successo.” Certo, non è che il suo secondo sport preferito – stare ore rinchiuso in bagno a incollare i volti delle zie tagliati dalle foto di famiglia su corpi di pin-up presi da rotocalchi scandalistici – fosse la terapia più indicata per riuscire a lenire quel primordiale e fastidioso senso di timida inadeguatezza. Così, sarà proprio il ping pong a fornirgli finalmente l'occasione di poter mettere finalmente la testa fuori dal guscio famigliare e rompere il sacco amniotico protettivo che fino ad allora lo aveva ossessivamente protetto. Ma sarà capace Oliver di scrollarsi di dosso le sue insicurezze o porterà anche all'esterno del suo guscio i retaggi indelebili della sua infanzia a trazione inferiore?
E' ancora la casa editrice Cargo a regalarci la seconda fatica - in realtà l'opera arriva in Italia solo ora ma è un romanzo scritto oltre dieci anni fa - di Howard Jacobson, scrittore, saggista e giornalista di origine ebrea. Così come nel successivo Kalooki Nights - edito nel 2008 – Jacobson mette già qui in campo tutto il repertorio della sua fine arte narratoria. Ironico, caustico, esilarante ma anche irrimediabilmente commovente, Jacobson sa giocare meravigliosamente, in perfetto stile yiddish irriverente e sarcastico, su tic e manie di un giovane predestinato potenziale numero uno nello sport e nella vita, incapace però di allenarsi alla vittoria e al successo. Oliver Walzer (e il gioco di parole del cognome è il perfetto metronomo che cadenza questa formidabile vaudeville) proverà a uscire dal guscio della sua timidezza esistenziale grazie al ping pong, ma solo nella sconfitta saprà trovare – con incommensurabile cifratura ironica – la giusta dimensione e collocazione ne mondo per sé e per i suoi cari. Insomma per dirla alla Foer: “Ne L’imbattibile Walzer, Howard Jacobson ha fatto del ping pong quello che Philip Roth ha fatto della masturbazione in Lamento di Portnoy”.

 

 

 

 
 
 
 
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