L'inconfondibile tristezza della torta al limone

L'inconfondibile tristezza della torta al limone
Rosie non poteva crederci a quello che stava capitando nella sua bocca, subito dopo aver staccato e mangiato un pezzettino della torta al cioccolato e limone preparata per il suo compleanno (nove anni!) dalla mamma. Non poteva crederci ma quello che sentiva affiorare, sotto il sapore del cioccolato, sotto il limone freschissimo, era il sapore della piccolezza, del rattrappirsi, una spirale di pensieri che finivano in un buco. “Sa di vuoto” aveva risposto a sua madre che, vedendola accucciata triste in cucina, le aveva chiesto cosa avesse. Da quel giorno, Rose capì di avere un potere particolare: riusciva a sentire le emozioni delle persone mangiando il cibo che avevano preparato. Siamo a Los Angeles: la famiglia di Rose non ha nulla di diverso dalle altre famiglie che si  succedono una dopo l'altra lungo Santa Monica Boulevard. Un padre solido e “fermo” al limite dell'ottusità, una madre casalinga e infelice, un fratello nerd, solitario e perennemente chiuso nella sua stanza. Assediata dalle emozioni degli altri, Rose trova la sua isola di pace nel distributore automatico di cibi confezionati. La produzione industriale, l'assenza dell'elemento umano sono per lei un'iniziale salvezza. Quello che faremmo tutti, se ci trovassimo esposti senza difesa, senza pelle, senza uno scudo di fronte al dolore degli altri. Metterci al riparo dalla realtà delle relazioni umane, nascondendoci fra le braccia inanimate e tranquillizzanti di una vita priva di persone. Quello che cerca di fare Joseph, chiuso nella sua stanza per tutte quelle ore...
È un libro perfetto, come un impasto ben riuscito, questo preparato dalle mani di Aimee Bender. Due signori ingredienti ben amalgamati, la realtà e il sovrannaturale. Un piccolo capolavoro stilistico, che riesce a far parlare una bambina di 9 anni con la maturità di un adulto senza che vada perduta la tenerezza e la semplicità tipiche di quell'età. Ti viene voglia di stringerla, la piccola Rose, perché lo senti davvero il suo panico quando tenta di strapparsi la bocca, perché il mondo, con tutte le sue informazioni, la colpisce in modo diretto, in pieno viso, nella bocca, a lei che è solo una bambina. Sì, perché Rose parla di “informazioni”. Emozioni e informazioni. A ben guardare proprio quello che ciascun essere umano comincia a ricevere intorno a quell'età, quando gli si palesano alcune cose per la prima volta. Quindi, non provate neanche a raccontarci che quello che stiamo leggendo è una storia immaginaria, frutto del “limite” benderiano di non saper scegliere fra il registro del realismo e quello della metafora. Kafka allora? E Murakami? Calvino? Come dice in una bella intervista sul sito di minimum fax, Aimee Bender preferisce inclinarla, la lente attraverso cui vedere la realtà. L'immagine che guarderà non sarà perfettamente fedele, ma le darà modo di vedere cose che altrimenti non vedrebbe. Dettagli che andrebbero persi, se venissero mantenute le giuste proporzioni. Aimee Bender parla di cose estremamente reali. Punto. La scomparsa di Joseph all'interno di una sedia è la cosa più dolorosa che io abbia letto in questo anno. Mai la narrazione di un suicidio è riuscita ad essere così diretta come in questo caso.  Al contrario di Joseph, Rose riesce a trovare un modo per “stare” al mondo. Ed è la cosa più difficile, per gli esseri sensibili, restare nel mondo.

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