L'incubo arabo

L'incubo arabo
Giugno 1846. Una improvvisata e variegata carovana raggiunge finalmente Il Cairo, dopo un viaggio difficile e dominato dalla paura. Ne fanno parte una dozzina di mercanti e un pittore provenienti da Venezia, un ingegnere tedesco in cerca di porti da costruire, qualche armeno, qualche turco, un prete siriano, un enigmatico inglese di nome Michael Vane e un gruppo di pellegrini francesi e italiani diretti al monastero di Santa Caterina nel deserto del Sinai. A questi ultimi si è aggregato anche Balian, nativo di Norwich ma al servizio della corona francese: è lì per tenere fede a un voto, ma anche per un'azione di spionaggio militare tesa a capire meglio le dinamiche complesse del potere islamico in Terra Santa. La carovana capita proprio all'inizio di una festa di tre giorni per la circoncisione del nipote del sultano e rimane bloccata a Il Cairo senza lasciapassare per il Sinai: Balian fa appena in tempo ad 'annusare' la città che Giancristoforo, il pittore veneziano, viene arrestato, forse con l'accusa di spionaggio. In preda al panico Balian decide di rilassarsi in un bordello del Villaggio delle Donne, e qui ha un breve amplesso con l'enigmatica e tatuatissima Zuleika, che pare conoscere molto bene l'altro inglese della carovana, Michael Bane. Dopo una notte affollata di incubi, Balian si sveglia spruzzando sangue dal naso e dalla bocca. Bale non ha dubbi: è evidente che il suo concittadino soffre di una grave malattia del sonno, forse addirittura il terribile Incubo Arabo. Occorre consultare urgentemente uno specialista, e a Il Cairo per fortuna c'è uno tra i migliori...
Sogni dentro sogni, storie dentro storie, fatti e visioni, verità e bugie che si sovrappongono e confondono causando un caleidoscopio sensoriale che confonde e affascina il lettore, intrappolato in un plot che torna sempre su se stesso senza aver l'aria di farlo. L'incubo arabo è il romanzo d'esordio datato 1983 di di Robert Irwin, professore di Storia medievale alla St. Andrews University e di Storia del Medio Oriente a Cambridge e Oxford, un accademico col pallino della scrittura che negli anni successivi ha pubblicato diversi altri romanzi, oltre ai saggi storici che era lecito attendersi da lui. E meno male, perché il suo è un talento cristallino, capace di affrontare il romanzo di genere (anzi, di generi, visto che in queste pagine convivono con pari dignità romanzo storico, fantastico ed erotico) con il piglio dell'intellettuale, dello sperimentatore, dell'incubonauta. Per il lettore è un viaggio angosciante nel lato oscuro dell'estetica arabeggiante, quella per capirci che usualmente associamo a libri come Le mille e una notte o a film come “Il ladro di Baghdad”. La critica anglosassone parlando di questo libro ha citato unanimemente Borges, ma secondo me siamo molto più dalle parti del William Burroughs 'nordafricano' e – limitatamente alle sequenze oniriche – di Howard P. Lovecraft, il tutto calato sul set de “Le Crociate” di Ridley Scott. No, dico.

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