L'indagine del tenente Gregory

L'indagine del tenente Gregory
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Londra, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Scotland Yard brancola nel buio. Da parecchi mesi si verificano inspiegabili sparizioni di cadaveri. A dire il vero le prime denunce parlavano di corpi che venivano trovati al mattino in posizioni diverse da quelle nelle quali erano stati lasciati la sera, ma poi la situazione è degenerata. I cadaveri hanno iniziato a sparire senza lasciare traccia, in molti casi addirittura da obitori o camere mortuarie chiuse dal di dentro. Si tratta di resurrezioni? Un gruppo di morti viventi si aggira per l’Inghilterra? Oppure più prosaicamente siamo di fronte alle malefatte di un riesumatore seriale che turba il sonno dei defunti per scopi ignoti ma senza dubbio inquietanti? L’ispettore capo Sheppard mette insieme un team di investigatori per fare il punto sul caso: c’è il laconico e materialista tenente Gregory, un vero mastino, un solitario che non sorride mai, il cinico e misantropo medico legale Sorensen e lo scienziato Sciss, un guru della Statistica che analizza tutte le circostanze riferite a ogni sparizione e così facendo evidenzia i fattori in comune tra tutti i casi: una fitta nebbia, piccole cittadine e un’espansione ben identificabile sulla cartina geografica, come si trattasse di un contagio che si sta espandendo. E sottolineando che le zone colpite da questa “fuga di cadaveri” sono anche quelle nelle quali si è registrata una brusca frenata nei casi di cancro tra la popolazione negli ultimi tempi. Possibile che le due cose siano legate? Il tenente Gregory - più legato ai metodi investigativi tradizionali - rimane scettico di fronte alle elucubrazioni un po’ fantastiche di Sciss, e punta tutto sulla teoria del maniaco necrofilo, ma a poco a poco comincia a sospettare dei suoi stessi collaboratori...

Dopo l’edizione Rusconi nel 1984 (roba da paleontologi) e quella nei Classici Urania nel 1989 (numero 153, per la precisione), torna in libreria grazie a Bollati Boringhieri il necronoir filosofico del polacco Stanislaw Lem, titano della science-fiction classica qui in vacanza nei vicini territori dell’horror. Sì, perché malgrado l’impianto marcatamente poliziesco (con continui riferimenti diretti, citazioni smaccate e allusioni più velate al cinema e alla letteratura noir) è chiaro sin dalle prime pagine che l’ingrediente soprannaturale non è solo un pretesto, e che probabilmente questi cadaveri che se ne vanno in giro per la brughiera in una Gran Bretagna cupissima e perennemente buia ci sono davvero. Ma si sa, Lem non è scrittore di genere nel senso che siamo soliti attribuire oggigiorno al termine, perché la sua fantascienza è più “sua” che fantascienza, e la narrativa è per lui un mezzo per comunicare teorie esistenziali, di ricerca filosofica: è insomma uno che scrive di razzi e astronavi, ma ci ambienta l’epistemologia, più che l’avventura. Anche qui il pessimista Gregory - che pure pervicacemente si ostina a dare un senso razionale e lineare agli eventi - deve presto o tardi rassegnarsi all’indefinito, al misterioso, all’incredibile, al non provabile. E lo fa suo malgrado, costretto dalle pressioni di un ambiguo superiore che sembra molto più a suo agio di lui in questa pazzesca indagine. Lo stile letterario di Lem - che pure qui è decisamente virato sul mainstream, almeno per i suoi canoni - è meditabondo, sottile, cerebrale, angosciante. Ma cosa deve fare se non angosciare un romanzo che parla di zombi inglesi nella nebbia? Grande libro.



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