L'inizio del buio

L'inizio del buio

Giugno 1981: un bambino di sei anni nei pressi di Roma corre in un prato per raggiungere casa. A qualche centinaio di chilometri, invece, a San Benedetto del Tronto, un ragazzo sta in giro per lavoro con la sua automobile: sono Alfredo Rampi e Roberto Peci. Il primo morirà in un pozzo artesiano dopo una agonia di sessanta ore, diciotto delle quali in diretta televisiva, mentre il secondo sarà imprigionato per cinquantaquattro giorni e poi giustiziato da un commando delle Brigate Rosse. Roberto di lavoro fa l'antennista, è spostato con Antonietta e la giovane coppia non naviga certo nell'oro: i due vivono in un garage attrezzato ad appartamento ma, nonostante le condizioni economiche modeste, sono ugualmente felici anche perché è in arrivo un bimbo. Ma questo giovane operaio non è uno qualunque, è il fratello del primo pentito delle Brigate Rosse, Patrizio Peci, e dopo una breve militanza (seppur con un ruolo molto marginale) anche lui tra le fila dei terroristi, ha deciso di dare una svolta in positivo alla sua vita. Il lavoro è tanto ma Roberto ha fiducia nel suo futuro e soprattutto non immaginerebbe mai che le BR possano tramare contro di lui una terribile   ritorsione. È la mattina del 10 giugno 1981 quando un commando di quattro persone rapisce Patrizio e, chiuso nel bagagliaio di una 127, lo porta fino a Roma in un covo che diventerà anche il luogo della sua morte. Cominciano i comunicati, le lettere e le trattative con lo Stato per salvare Roberto ma non c'è nulla da fare, Giovanni Senzani, una delle menti delle BR di quegli anni, ha firmato la condanna del fratello del traditore, il tutto in un'ottica di vendetta trasversale di stampo mafioso. Lo stesso giorno a Vermicino il piccolo Alfredo trova sul suo passo spensierato di bambino il buco di un pozzo artesiano e precipita ad oltre trenta metri. Comincia così una folle corsa contro il tempo scandita da un crescendo di disorganizzazione dei soccorsi ma anche di  generosa abnegazione che porterà una serie di personaggi - dal capo dei vigili del fuoco Elveno Pastorelli fino al coraggioso fattorino Angelo Licheri che per ben sette volte afferra il ragazzino senza riuscire a portarlo in salvo – a dare il proprio meglio per cercare di raggiungere quel piccolo eroe. Alfredo, o meglio Alfredino, come ormai lo chiama tutta l'Italia che in diretta tv segue il suo dramma, è un ragazzino coraggioso, urla, piange ma dal fondo del pozzo dimostra di saper tenere duro con una lucidità meravigliosamente tragica che solo un piccolo può avere. Vuole vivere Alfredino, nonostante la sua malformazione congenita al cuore e a sei anni non può che invocare la mamma che dall'imboccatura del buco lo rassicura sulla riuscita delle operazioni. Quel prato diventa, così, il centro del mondo, anche il presidente Pertini accorre per solidarietà, e quel buco si trasforma in una ossessione, non solo catodica, di milioni di italiani. Una serie sfortunata di eventi (la tavoletta gettata dai primi soccorritori che finisce con l'ostruire il passaggio del già stretto cunicolo, la scelta di scavare un pozzo parallelo), però, e una disorganizzazione generale (migliaia di persone accorse sul luogo senza un servizio d'ordine, il mancato accordo tra pompieri e speleologi) portano ad un finale orrendo: il bimbo morirà dopo tre giorni di agonia, un epilogo che getterà nella prostrazione una interna nazione...        
Walter Veltroni, attraverso ricostruzioni e interviste ai protagonisti, accomuna due “buchi neri” della nostra storia recente, e lo fa non solo ispirato dalla straordinaria coincidenza “temporale” dei due eventi ma soprattutto per il senso di claustrofobica sconfitta che emerge con prepotenza da entrambi i fatti anche a distanza di tre decenni. Vengono i brividi a scorrere oggi la cronologia di quel lontano 1981 denso com'è di una miscela di avvenimenti storici a dir poco “bollenti” per il nostro Paese, come l'attentato al Papa e lo scandalo della P2 - solo per citare i più eclatanti. In una Italia ancora inebetita dal disastroso terremoto del novembre 1980 e martoriata dalla sanguinosa scia del terrore armato due episodi si impongono alle cronache già zeppe di notizie. A dire il vero è Alfredino a catalizzare l'attenzione in quei primi giorni con quella interminabile e straziante diretta, ben diciotto interminabili ore, che cambierà per sempre la televisione. Su Patrizio Peci l'informazione, invece, preferisce tacere, e per non cedere alla strategia degli assassini il presidente della Rai Sergio Zavoli decide di non mandare in onda il video di uno sfibrante e grottesco interrogatorio girato dallo stesso Senzani. Il buio inizia a Vermicino ma non soltanto per la nascita di quella tv del dolore che oggi è divenuta routine, ma per una ragione ben più profonda, una ragione che nasce lì dove Alice nel Paese delle Meraviglie incontra l'Uomo Nero. La cronaca di quelle ore angoscianti, non era concentrata solo sulle immagini, ma anche sul suono, il pathos incontenibile non si reggeva soltanto sulla visione claustrofobica di quel buco, la vera “calamita psichica” di tutto quel circo mediatico era la voce e il respiro affannoso di un cucciolo d'uomo, un urlo che veniva dalle profondità della terra,  un “terremoto interiore” che non poteva lasciare indifferenti e che quelli che hanno vissuto quei momenti ancora se li portano dietro come un qualcosa di lacerante. Non era voyeurismo, o almeno non lo era in parte, quello stare incollati davanti ad uno schermo in balia di una telecamera fissa: si stava consumando un vero e proprio trauma collettivo, uno shock che invadeva tinelli e salotti e che avrebbe avuto inevitabili ripercussioni. Veltroni con estrema sensibilità e grande abilità giornalistica – toccante e “definitivi” gli incontri con la figlia di Peci, Roberta e con la mamma di Alfredo, la coraggiosa e risoluta Franca –  racconta quegli anni e lo fa anche citando libri, canzoni e film che contribuiscono a gettarci in quella atmosfera rendendo queste pagine una sorta di catarsi a posteriori. Alfredino e Roberto potevano essere salvati? Forse, se per il primo lo Stato, rappresentato dal capo dei Vigili del Fuoco, si fosse tirato indietro a favore dei giovani speleologi, e non avesse voluto il monopolio assoluto delle complicate operazioni di recupero; per il secondo, invece, ci sarebbe stata forse la libertà se le Istituzioni avessero fatto un passo avanti. La morte di Roberto Peci, grazie anche a questo libro riacquista un suo peso, ridona la dignità ad un assassinio che forse venne, e tuttora viene, liquidato come “semplice ritorsione”, un affare tra “brigatisti”. Per Alfredino il discorso è più complesso, la sua fine, scandita come una Via Crucis, ha segnato la psiche di una generazione che in una sorta di rimozione ha relegato il suo indicibile dramma in un angolo remoto, insieme agli incubi peggiori. Francesco Bianconi, leader del gruppo dei Baustelle, ha pure scritto una struggente canzone (contenuta nel disco “Amen”) sulla storia di Vermicino, si intitola semplicemente Alfredo e Veltroni la cita anche nei ringraziamenti in calce al libro. Si tratta di un brano che musicalmente possiede la leggerezza malinconica di un valzer di paese ma che con i suoi versi ti scava dentro come un maglio d'acciaio: “Intanto Dio guardava il Figlio Suo e in onda lo mandò”: da lassù qualcuno ha scelto l'agnello da sacrificare.  Non c'è niente di giusto e rassicurante in questa storia, non c'è redenzione, c'è solo la solitudine di una vita spezzata, inghiottita e digerita dal monoscopio.

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