Litania di un arbitro

Litania di un arbitro
Uwe Fertig è appena uscito dal tribunale. Per la prima volta nella sua vita si trova nella paradossale situazione di comparire ad un processo nella contemporanea veste di querelante e difensore dell'imputato. Lui, proprio lui che dell'imparzialità ha dovuto fare una professione. Di più, una missione. Uwe Fertig è infatti arbitro internazionale della Fifa ed è dunque maestro del non stare da nessuna parte, proprio l'opposto di ciò che il tribunale ora gli chiede di fare. Nella sua agenzia assicurativa non è infrequente vedere clienti che richiedono la sua procura solo per la sua fama di giacchetta nera. Eppure quel ruolo, l'arbitro, dall'opinione pubblica è generalmente visto come un ruolo di mera tirannia e dispotismo. Anzi, l'uomo da bar considera l'arbitro generalmente né più né meno di un frustrato che nella vita ha fallito e trova la sua rivalsa sociale su un prato verde, giudice di un potere assoluto, quasi divino. Le opinioni da bar, considera Fertig, sono le più ignobili e imbarazzanti e lo diventano maggiormente grazie all'amplificazione costante che ne danno i media, facendole assurgere spesso a rango di teorie assolute del vero. La 'massa da bar' utilizza l'arbitro come capro espiatorio dell'umanità, quella stessa umanità che oramai ha decretato la verità di un opinione in base alla quantità di persone che quella stessa opinione condividono, in una specie di  sindrome da “Chi vuol essere milionario?”. E invece l'arbitro - continua Fertig nel suo monologo interiore mentre scende le scale del tribunale e si avvia verso la sua automobile - è come il chirurgo. Un taglio errato e distrugge la vita di un paziente. Ma questo la gente, non può saperlo. Figurarsi. La maggior parte del pubblico non ha nozioni di arbitraggio nemmeno superficiali, seppure abbia la certezza che l'arbitro sia prima cieco e poi corrotto. Ma nessuno può sapere meglio di lui cosa si prova quando tua moglie finisce sotto i ferri - di quel chirurgo che come te sta diventando giudice della tua stessa esistenza - proprio nei medesimi istanti in cui tu stai per scendere i gradini dell'arena, pronto a prenderti gli insulti di ottantamila persone impazienti di massacrarti...
Thomas Brussig è considerato uno dei giovani talenti della letteratura tedesca. Autore di romanzi, testi teatrali, sceneggiature, saggi, a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino è una delle voci più autorevoli sul dibattito riguardante il lento processo di riunificazione della due Germanie. E in questo breve monologo dimostra davvero tutto il suo charme narrativo. Il calcio, come dice egli stesso in appendice al suo racconto, è impossibile da raccontare in letteratura. Eppure lui è riuscito a congegnare una storia davvero originale e coinvolgente. Oltretutto attorno alla figura in assoluto più controversa tra tutti gli attori protagonisti che ruotano attorno al mondo della pedata, l'arbitro, per l'appunto. Un uomo solo contro tutti, che attraverso l'analisi e la metafora della sua professione fa in realtà un monologo vivisezionando la società e l'umanità intera. Non solo, ma al termine del suo monologo l'arbitro Fertig svela anche al lettore il drammatico paradosso esistenziale della sua situazione, trovandosi coinvolto suo malgrado in un processo, per un'incredibile coincidenza, dove egli è costretto sia contro che a favore dell'imputato, in una raccapricciante e dolorosissima  rivelazione di umanità. Un testo brillante e crudele che come recita l'aletta di copertina, “Non si limita a far riflettere: fa cambiare idea”.

 

 

 
 
 
 

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