Liza

Liza
Roma. Elisa è una giovane donna, un’aspirante scrittrice che un giorno incontra un noto giornalista con la scusa di fargli leggere un suo manoscritto. Dopo una notte consumata sul sedile di una macchina, i due si perdono di vista. Ma Elisa, ormai, si è innamorata di quell’uomo: un egocentrico, spietato, affascinante frequentatore degli ambienti letterari romani; un seduttore che ha la mania di scrivere citazioni di libri famosi sulla schiena delle donne che dormono nel suo letto. E fa di tutto per averlo, fino a quando i due iniziano una storia e vanno a vivere insieme. Quello di Elisa, però, non è solo amore: il suo sentimento è diventato morboso; si è trasformato in ossessione e la donna cerca tracce di tradimento nelle pagine dei romanzi di Liza, una scrittrice che, al contrario di lei, è diventata famosa ed è un’assidua frequentatrice dei mondani salotti letterari romani. Nelle sue pagine Liza descrive la storia di un amore malato con un uomo. Lo stesso uomo che Elisa ama da anni…
Dovessimo essere costretti a dare un etichetta a tutto, diremmo che Liza - prima vera prova letteraria di Margi De Filpo, nome noto dell’editoria italiana - è un racconto esistenziale. Un romanzo breve, brevissimo. Una versione ‘XL’ di ottantuno pagine che fa parte di una collana chiamata “Quaranta”, che ospita racconti di quaranta pagine, di scrittori che in linea di massima non hanno ancora compiuto quarant’anni che ha l’obiettivo di pubblicare quaranta volumi. È un tempo diluito, quello in cui si svolge una vicenda amorosa che diventa occasione per scandagliare l’animo umano, in un meccanismo che dal particolare di un semplice rapporto tra due persone si sposta all’universale e diviene tipico esempio di come un sentimento possa tramutarsi in una ossessione che trova compimento e sfogo nella scrittura. Perché è proprio nella scrittura che Liza ed Elisa, protagoniste assolute del racconto, s’incontrano e scontrano, in un dialogo a distanza che allontana e al contempo rende complici, fino al raggiungimento di una consapevolezza che solo nell’ultima pagina si concretizza. Fa da sfondo un ambiente letterario romano che ci appare come una vetrina inaccessibile, in cui l’apparenza supera di gran lunga la sostanza e le parole si riducono a meri contenitori privi di significato. L’autrice, invece, dimostra di conoscere molto bene la parola, lo strumento di una scrittura che appare sempre attenta, controllata, anche in quei dialoghi che spesso prendono la forma della confessione. C’è molto Novecento in queste pagine: c’è la solitudine del Parise dei Sillabari; c’è, soprattutto, l’eco dei racconti di Antonio Debenedetti, primo fra tutti “La compagna dell’intellettuale” della raccolta Spavaldi e strambi del 1987, di cui Liza sembra essere erede naturale e degno contraltare. E in poche pagine Margi De Filpo ha saputo dare vita ad un racconto che, attraverso il meccanismo tutto novecentesco di una scrittura psicologica e a tratti catartica, cerca di trovare una soluzione al vuoto esistenziale del nuovo millennio.

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