Lo chef degli chef

Lo chef degli chef

Sandro Cecchin è una star della cucina, pluristellato, sempre in tv, protagonista ricercato di eventi esclusivi. Uno chef diventato famoso per il suo “hamburger di piccione alla liquirizia ed erbe amare”, ma pur se questo piatto ha fatto la sua fortuna, probabilmente motivo anche della sua prima stella Michelin, ora è stanco della solita ricetta e confida alla compagna di volerla togliere dal menu. I due discutono per questo motivo, anche perché quel piatto è ancora richiestissimo al Flower Power, locale bis-stellato di loro proprietà, o meglio di proprietà di Osvaldo, il padre di lei passato a miglior vita, un ristorante che certamente è valorizzato dalla presenza in cucina di Sandro, personaggio schivo ma che con il tempo ha imparato a fare gli onori di casa, salutando e riservando attenzioni a ciascun ospite (solitamente solo gente famosa e danarosa, come calciatori, politici, imprenditori, personaggi dello spettacolo e dell’alta finanza). Michela Serrano, la sua donna, ha ereditato il locale con suo fratello Vittorio ed è proprio a quest’ultimo che si rivolge per evitare l’eliminazione dalla carta dell’hamburger di piccione alla liquirizia, ma non ha l’appoggio sperato: “È lui lo chef”, dichiara Vittorio allargando le braccia e aggiungendo anche una battuta relativa a vecchie storie di famiglia, di quando cioè lo chef era ancora suo padre, sapendo di ferire la sorella. E lei, infatti, gira i tacchi e se ne va, raggiungendo casa della madre, ma per avere lo stesso trattamento. Meglio tornarsene a casa propria e cucinarsi uno spaghetto consolatorio, lavorando al suo food-blog ormai famosissimo, “Il regno di Michela”, a cui ha dedicato tutta se stessa, non riuscendo, per varie vicissitudini, nel suo sogno di ritagliarsi un posto d’onore nella cucina del ristorante. Quella notte Sandro non torna a casa...

Siamo sopraffatti dal mondo della cucina, intesa come enogastronomia, chef, stelle Michelin, ecc. e da qualsiasi parte si guardi, in libreria, come in edicola, come in tv, come negli eventi tutto è governato da ricette, suggerimenti, contest. E di certo non si può dire che il thriller dello sceneggiatore Mario Falcone non colga nel segno o non sia attuale. Certo, senza arrivare a tali eccessi, quelli cioè raggiunti dal serial killer, non si può però non condividerne in linea di massima il pensiero. Non si può più parlare di cuoco, non si possono più considerare come eccellenze prodotti che non hanno anche l’avvallo di questi nuovi personaggi, non si può pensare di usare modalità di cottura che fanno parte davvero dell’eredità delle nostre nonne, se lo chef di grido di turno non ha deciso per tutti che è la sola che vale la pena di salvare. E vogliamo parlare dei concorsi? Nella maggior parte dei casi in queste gare all’ultimo piatto, lo stellato di turno può permettersi di trattare i concorrenti (che per altro si prestano ad aumentargli la notorietà) come pezze da piedi, insultandoli e mancando loro di rispetto. Questo è quello che è sotto gli occhi di tutti e che Falcone mette in evidenza nel suo thriller, come elemento turbativo del serial killer che per la verità ha un po’ “di veleno” anche per gli esperti di enogastronomia, coloro che con la loro critica determinano il successo o il flop di ogni ristorante e di ciascuna brigata di cucina. Perfettamente attuale, non senza colpi di scena, Falcone si mostra come un acuto osservatore della realtà che prova a inserire un elemento di disturbo in questo contesto, un “Asso”, colto, profondo conoscitore della tradizione gastronomica italiana, ma anche cinefilo, che, vuoi per invidia, vuoi per vicissitudini infantili, di sicuro per follia, ci costringe a porre l’attenzione sull’esagerazione che il settore ha raggiunto negli ultimi anni. Lasciando qualcosa in sospeso...



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