Lo scambio

Lo scambio

Antonio Gramsci poteva essere liberato dal carcere? Forse. Di certo di tentativi ce ne furono. Il primo avvenne nell’autunno del 1927: i sovietici provarono uno scambio con il Vaticano tra il leader sardo e Terracini e un paio di religiosi cattolici reclusi nelle prigioni russe. La trattativa, però, non andò a buon fine. Sulla testa del povero detenuto si giocava una battaglia diplomatica molto più complessa: il riconoscimento della religione cattolica nell’URSS, su cui Mosca era sorda. Si deve poi aggiungere l’atteggiamento ostile di Mussolini, per nulla intenzionato a rilasciare il massimo rappresentante del comunismo italiano. A partire dal 1933, Gramsci, sempre meno sorretto dal partito, cominciò a pensare al cosiddetto “tentativo grande” ruotante su due azioni parallele: una nuova trattativa con lo Stato italiano attraverso mediatori russi e la richiesta della libertà condizionale. Anche in questa occasione le cose non andarono come se le era immaginate. Entrambi i canali si rivelarono fallimentari: l’uno per motivi di realpolitik – la ritrovata amicizia tra Italia e URSS – l’altro per errori del gruppo dirigente del PCI. Intanto marciva in galera, mentre la tubercolosi lo divorava senza sosta…

Sulla mancata liberazione del “capo” comunista ci sono sempre stati dubbi e ombre, che la ricerca storiografica non ha mai del tutto fugato. Lo scambio ha il grosso merito di aver voluto fare luce su questi silenzi, ricostruendo, attraverso l’utilizzo di ogni tipologia di fonte, la dolorosa vicenda della (im)possibile liberazione di Gramsci. Il fondatore di “Ordine nuovo” appare una pedina in una partita a scacchi giocata da ambasciate, servizi segreti, funzionari sovietici e fascisti, intermediari vaticani. Soprattutto emerge la disorganizzazione del giovane partito comunista italiano, percorso da divisioni, gelosie, lotte di potere. Un partito che commise, non si sa fino a che punto volutamente, errori esiziali - dalla lettera di Grieco alla pubblicità sui giornali della libertà condizionale - per la definitiva liberazione del loro vecchio ispiratore politico. Dietro l’impianto documentaristico Giorgio Fabre è bravo nel far uscire Gramsci dal mito, in cui per molti anni è stato immortalato, e mostrarne invece l’uomo, con le sue debolezze, le speranze, le delusioni, i tentennamenti, le amarezze nei confronti dei compagni che gli hanno voltato le spalle. Al termine de Lo scambio la domanda che sorge spontanea non è tanto se Gramsci poteva essere liberato, quanto chi sia stato veramente interessato a farlo uscire dal carcere.



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