Lo schiavista

Lo schiavista
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Di tutte le cittadine sparpagliate nella periferia di Los Angeles, Dickens è sicuramente quella più degradata. Fondata nel 1868 come comunità agricola, Dickens è un ghetto abitato per lo più da neri e ispanici, il cui livello di istruzione raramente si spinge oltre la scuola dell’obbligo. Fanno eccezione Bonbon e suo padre, conosciuto ai più come “l’Uomo che sussurra ai negri”, soprannome dovuto alla sua innata capacità di riportare in sé i neri che sono andati fuori di testa. Fervente sostenitore della libertà dei neri e della loro identità culturale, il padre di Bonbon è l’unico studioso e praticante della Psicologia della Liberazione, in nome della quale impartisce al figlio un’istruzione domiciliare a suon di discutibili esperimenti di scienze sociali. Anche il giorno in cui trova il corpo del padre disteso a terra, morto per mano della polizia, Bonbon crede si tratti dell’ennesimo esperimento del genitore per spingerlo a comprendere i problemi della razza nera. Il padre però è morto davvero e ora su Bonbon pesano non solo le pressioni economiche della fattoria, ma dell’intera comunità di Dickens che vede in lui il nuovo “Uomo che sussurra ai negri”. A rendere le cose ancora più complicate ci si mettono il vecchio Hominy Jenkins, ex bambino attore delle Simpatiche Canaglie, che si offre a Bonbon come schiavo e il fatto che Dickens sia stata definitivamente cancellata dalle cartine geografiche. Bonbon allora viene folgorato da un’idea: che siano proprio il ritorno alla schiavitù e alla segregazione razziale la soluzione per riscuotere la comunità nera di Dickens e per riportare in vita la cittadina?

Dopo Slumberland pubblicato nel 2008, Fazi riporta in Italia uno scatenatissimo Paul Beatty, fresco di vittoria al Man Booker Prize 2016. Lo schiavista – in lingua originale The Sellout, “il venduto”, come viene soprannominato il protagonista nel corso del romanzo – si è infatti aggiudicato l’ambitissimo premio per scrittori in lingua inglese. Si tratta della prima volta per un americano. Già dalle prime pagine, in cui Bonbon fuma marijuana di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti con l’accusa di schiavitù e segregazione razziale, capiamo che questa storia può solo promettere bene. Il romanzo è una cinica, caustica, divertentissima critica non solo ai problemi razziali che da sempre vessano gli Stati Uniti, ma anche uno spassionato consiglio alla comunità nera di non prendersi troppo sul serio. In questa esuberante satira Beatty non dimentica nessuno: i poliziotti bianchi dal grilletto facile, gli ispanici razzisti, l’inclinazione della comunità nera ad hip hop, macchine appariscenti e drammi personali resi pubblici, le scienze sociali e l’ipocrisia di quanti vorrebbero crescere i propri figli lontano dalle parole “negro” e “razzismo”. Percorso da flashback spassosissimi e da situazioni paradossali, il romanzo ci regala personaggi indimenticabili quali il padre-studioso-psicologo, l’attore caduto in disgrazia Hominy Jenkins, l’autista di autobus e vecchia fiamma del protagonista Marpessa Dawson. La scrittura di Beatty è densissima, sia nello stile che nei contenuti. I riferimenti alla storia e alla cultura popolare statunitense e afro-americana in particolare – che dimostrano la vastità del bagaglio intellettuale dell’autore – si susseguono senza tregua e al lettore straniero dispiace sinceramente non sapere coglierli appieno. Una menzione d’onore va fatta alla traduttrice Silvia Castoldi per aver fatto di un libro difficilissimo un prodotto fruibile anche al pubblico italiano, mantenendone intatta la verve e la vividezza di figure e riferimenti.



 

 

 

 
 
 
 

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