Lo scialle andaluso

Lo scialle andaluso
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Un uomo esce dal suo squallido studio alla periferia della città. È un lunedì, o almeno così crede, ma la signora della latteria e tutti i passanti insisto a dirgli che è giovedì. “E allora dove sono fuggiti questi tre giorni?”, pensa cupamente l’uomo. La verità si avvicina quando, arrivato all’uscita della scuola, non vede più lei. Lei è morta, lo informa una ragazzina del suo gruppo, “ è morta di un colpo, ma era già malata”… Rimasta vedova a quarant’anni, Elena si desta dopo un lungo letargo. Non è mai stata legata al marito, non hanno avuto figli e ora anche questa città di mare le è estranea. Parte così per la casa di campagna dove fa la conoscenza dei due inquilini del piano di sopra, un giovane scultore e la sua scura madre. Quando Elena, come in un sogno, resta finalmente incinta del giovane, l’anziana donna scompare nel nulla… Antonia è stata lasciata, alla morte dei genitori, nel convento di Via dell’Angelo. La vita in convento è dura, con le numerose punizioni di Madre Cherubina, “continuamente in preda al demone dell’inquisizione”. Ma è ancora più faticoso uscire nel caos delle strade, per lei che nulla conosce fuori dal convento e che teme la vicina prigione. Proprio durante un pomeriggio in punizione, un giovane le si avvicina in chiesa e la invita a seguirlo…

Lo scialle andaluso è stato pubblicato nel 1963, ma la maggior parte di questi racconti appartengono alla “preistoria” di Elsa Morante. Ovvero a quel periodo precedente al matrimonio con Moravia e ai grandi romanzi, quando la scrittrice poteva concedersi solo narrazioni brevi, soprattutto da rivendere ai giornali. Sei racconti sono stati ripresi dalla raccolta Il gioco segreto (ma già pubblicati sul “Meridiano di Roma”), un paio furono pubblicati su “Oggi” nel 1940 e uno su “Botteghe Oscure” nel 1953, mentre solo tre sono gli inediti. Lo scialle andaluso, ultimo racconto e frammento che dà il titolo alla raccolta, anticipa invece il tema del rapporto madre-figlio, più avanti al centro de L’isola di Arturo. Già in questi racconti si può vedere uno dei temi dominanti nella scrittura della Morante: quel confine labile tra sogno e veglia, reale e fantastico. Ogni racconto appare quasi come una fiaba nera, dal finale incerto e appena suggerito. La lettura richiede dunque attenzione e partecipazione, soprattutto per superare quel momento di straniamento in cui la trama pare come opacizzarsi. Fatto il salto (se fossimo in un film di Guillermo del Toro, dovremmo passare la soglia del labirinto del fauno) il fiabesco rapisce completamente. Resta alla fine un’ammirazione profonda e quasi uno stupore per la precocissima capacità della Morante di gestire una prosa così misurata ed elegante. Da leggere, come tutto quello che ha scritto.



 

 

 
 
 
 

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