Lo scrittore deve morire

Lo scrittore deve morire

Tanzi e Portali sono due sgangherati scrittori che hanno all’attivo soltanto un fallimento ciascuno. Ma Ubermensch Belasco, l’editore che li ha pubblicati, vuole dargli una seconda opportunità: ha in mente una trama sensazionale (un attore deve ritirare un premio ma, in balia dei trasporti italiani, è costretto a girare l’Italia seguendo lo schema del calendario di serie A di quella domenica) e vuole che siano Tanzi e Portali a mettergli su carta quella fantastica idea. Il problema è che Ubermensch non ci sta tanto con la testa, e quando si ritrova in mano i due manoscritti neanche si ricorda di aver commissionato il capolavoro ad entrambi. Ma lui è il geniale editore destinato a spodestare Feltrinelli e Mondadori, così, dopo qualche giorno di copia e incolla, ecco che nasce l’opera d’arte: Un premio da tredici, ovvero un mix senza senso di capitoli dei due scrittori con l’aggiunta di alcune deliranti poesie dell’ex segretario della Belasco edizioni. Per presentare quell’obbrobrio Ubermensch ha preparato un tour promozionale che ricalca il percorso del protagonista del romanzo: Piacenza, Roma, Bari, Firenze, Cagliari, Genova e Venezia. Ma non essendo il signor Belasco un editore normale, i poveri sventurati si ritroveranno a parlare del loro libro nei luoghi più improponibili…
Probabilmente se questo romanzo cadesse nelle mani di qualche critico severo e scrupoloso non riceverebbe una recensione positiva. Probabilmente tale critico farebbe gli stessi appunti che Paride Crippa (il critico scrupoloso che disprezza Tanzi e Portali) fa a Un premio da tredici. La struttura narrativa de Lo scrittore deve morire è in effetti un po’ sconclusionata, e spesso si ha la sensazione che l’entrata e l’uscita di scena dei vari personaggi segua più l’umore degli autori che un filo logico vero e proprio. La cosa buona però è che l’umore di Morozzi e Zed è sempre molto allegro, e questo condiziona positivamente la lettura. Infatti, la sensazione che si ha avventurandosi nelle loro pagine è quella che i due scrivano spinti da una principale motivazione: divertirsi. Una virtù che gli permette di partorire questo surreale viaggio nel mondo dell’editoria italiana infarcendolo di situazioni e  personaggi memorabilmente divertenti (Il mitico Cacciapuoti su tutti). Può capitare così di smarrire i protagonisti in situazioni sfuggite di mano alla penna e alla lettura, ma può capitare anche di ritrovarsi a sghignazzare come degli idioti di fronte alle strampalate avventure degli scrittori più sfigati d’Italia. Quindi, se pretendete il totale rispetto dei canoni del romanzo tradizionale forse e meglio che lasciate perdere. Ma se pensate invece che qualche sana risata valga il prezzo del biglietto, allora il libro di Morozzi e Zed potrebbe essere proprio quello che fa per voi.

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