Lo sguardo altrove

Genova. Inizio autunno 2018. Il cinquantenne Maresciallo dei Carabinieri Massimo De Scalzi dovrebbe tenere una conferenza al “Montale”, ma viene chiamato in un’altra scuola: i genitori hanno denunciato la scomparsa del figlio, uno studente del III C del Liceo Scientifico Turing, il sedicenne Federico Quadrelli, timido e introverso, capelli biondi e occhi marroni. Le lezioni sono ricominciate da un paio di settimane, il ragazzo era molto legato al compagno di classe Ermanno Biscaglia, sovrappeso e pieno di brufoli, scontroso e permaloso, vittima di bullismo. Entrambi erano geni del computer e di diavolerie tecnologiche, si trovavano spesso per giocare e studiare con i pc in camera o in garage, anche smontando e rimontando quelli vecchi. Federico talora usava la conoscenza casta e antica con l’alta magra ribelle Anita Stefanelli per difendere l’amico dagli aguzzini, il furbo Fabio e il massiccio Leonardo, capaci comunque (da soli o talvolta con lei) di tormentare Ermanno e fargli di tutto con ferocia, costringerlo a subire calci e pugni sulle costole, a mangiare merda, a fumare di seguito un intero pacchetto di sigarette, a truccarsi da donna mostrando poi le foto in rete. I poliziotti approfondiscono la personalità di Federico a scuola, fra compagni e personale, scoprono dal suo cellulare la triste vicenda di Ermanno, capiscono che dirigenti e insegnanti non si erano proprio accorti di nulla. De Scalzi è distratto all’inizio. Fuma sempre tanto, è affezionato al pastore tedesco Coco Chanel e alla moto Teodora, la vita privata lo angoscia pur andando abbastanza d’accordo con la celiaca Costanza. Poi viene trovato il cadavere del ragazzo e deve scuotersi, ancora una volta aiutato dall’esile psicologa dell’Arma, la trentacinquenne Capitano Elisa Valeri, marchigiana di Senigallia, capelli rossi e occhi verdi, che conosce da una vita e, di fatto, è pure un suo superiore. Non sarà né facile né felice affrontare l’indagine…

Le brave educatrici e scrittrici liguri Alessandra Alioto (La Spezia, 1966) e Rosalba Repaci (Genova, 1969) narrano insieme da vari anni, volumi e racconti, insistendo su un personaggio maturo e simpatico, siamo qui al terzo romanzo imperniato su De Scalzi, un’indagine scomoda in terza persona varia (e chi ha ucciso non ripensa al delitto). Fanno bene a prendere di petto la questione, un fenomeno sociale rilevante e diffuso. La Rete offre un modo diverso per fare del male ai soggetti più deboli, ma la violenza reale e non virtuale esiste ancora. La definizione bullo o bullismo rischia di essere limitante e fuorviante, al confine con un’accezione quasi positiva del termine (come il vezzeggiativo bulletto) e non con i crimini, reali crimini. Le vittime devono guardarsi sempre le spalle, non dormono più la notte, si sentono braccate (anche da chi fa finta di non vedere), hanno una paura fottuta e spesso non riescono a parlarne con nessuno, si convincono di essere loro “diversi” e perdono pezzi di identità, la persecuzione continua lascia segni indelebili nel corpo e nello spirito, vorrebbero “loro” scomparire. D’altro lato, di sovente il bullo è un insicuro, capace di sopravvivere solo facendo del male ad altri, godendo della sofferenza inflitta per crearsi una sorta di propria identità. Dinamiche e dialoghi scorrono con chiarezza, la trama ha più intenti pedagogici, lo stile è piano e garbato, seppur mancano poi al romanzo alcuni anelli e alcuni passaggi di rifinitura ed editing.

 


 

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