Lo spazio bianco

“Mia figlia Irene stava morendo, o stava nascendo, non ho capito bene”. Maria, professoressa di Lettere in una scuola media serale per lavoratori, ha 42 anni e fuma venti sigarette al giorno quando rimane incinta di un uomo con il quale vive una storia distratta che altrettanto distrattamente finisce. Al sesto mese Maria viene ricoverata e viene sottoposta a un cesareo: Irene nasce prematura e viene messa in incubatrice, la vita appesa a un filo esilissimo. Per settimane e settimane Maria veglia Irene al reparto di Neonatologia, tra bacheche piene di foto di bambini ‘che ce l’hanno fatta’, psicologhe laconiche, medici silenziosi, madri con storie di emarginazione. E mentre ripensa alla sua, di vita, tenta di tracciare il profilo di quella che forse sarà e forse no, quella della sua piccola da difendere a ogni costo...
Lo spazio bianco è il luogo delle possibilità inespresse, l’incognita tutta umana del futuro, il cammino ancora da fare che non sappiamo dove ci condurrà, la vita che sarà o non sarà della piccola, fragile Irene, crudelmente quasi più possibilità di una bimba che bimba vera. Una terra di nessuno che la giovane autrice napoletana sceglie come teatro del suo primo romanzo dopo tanti acclamati frammenti di vita travestiti da racconti. Ma attenzione, non va dimenticato: il bianco non è solo un simbolo di vuoto, è (anche) la somma di tutti i colori. E se non tutti, sono tanti i colori che Valeria Parrella mescola sulla sua tavolozza: il rosa pallido della malinconica storia-non storia d’amore di Maria con il padre di Irene - “(...) un uomo elegante che mi era passato nella vita recitando frasi molto belle” - e dell’ellittico flirtare della protagonista con il giovane medico dagli occhi blu (“Marì, sentimi a me, questo ti viene appresso”), il rosso della vita umile da operai dei genitori di Maria (“(...) a vedermi da fuori io lo sentivo, di essere la prima persona della famiglia che non avrebbe avuto le braccia corrose dal succo di pomodoro”), il nero dell’accidentato percorso politico del padre, antifascista dalle elementari e comunista convinto fino alla tragedia del rapimento Moro, il grigio di un’assistenza sanitaria che procede a tentoni tra cocktail esoterici di farmaci, attese intrise di un fatalismo sospeso a metà tra zen e disperazione, santini, musicoterapia e incomunicabilità con i pazienti (“Quelli sono medici, signò, che vi possono rispondere?”) e poi le mille sfumature di una Napoli colta al tramonto o la mattina presto, sull’autobus o nelle piazze in penombra mentre si abbassano le serrande dei negozi. Una città senza trucco, che come una donna semplice davanti a occhi troppo insistenti distoglie lo sguardo un po’ imbarazzata e tutto sommato incredula. Come sempre, la Parrella lavora per sottrazione, come se partendo da un groviglio di emozioni, di pensieri, di vissuto distillasse poche parole intensissime, scheletri di frasi che un incedere appena appena dialettale umanizza, differenziando profondamente la scrittura della giovane aurice napoletana da altre ugualmente stilizzate ma non altrettanto vibranti, tese, urticanti, indimenticabili.

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