Lo spirito della Fantascienza

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Lo scrittore Jan Schrella fa due chiacchiere con una giornalista a cui ha concesso un’intervista dopo aver vinto un premio letterario. Salto nel passato: Jan delira, brucia di febbre, parla di topi mutanti che corrono sui muri. Quando finalmente si addormenta, l’amico che lo sta vegliando, Remo Morán, si rilassa, accende una sigaretta. È l’alba, in Messico. L’avenida in basso è ancora buia e deserta, ma le automobili hanno cominciato a girare. Salto nel passato: Jan scrive una lettera alla autrice di Fantascienza Alice Sheldon, le racconta come ha iniziato a leggere libri di quel genere, a Valparaíso. L’intervista va avanti, Jan illustra la trama del suo romanzo alla giornalista. È ambientato a Santa Bárbara, un paese ai piedi delle Ande, nel sud del Cile: “(…) case di legno, strade sterrate, marciapiedi inesistenti oppure come nei film western, rampe irregolari di legno perché nei periodi di pioggia il fango non entri in casa”. In un edificio desolato di calle Galvarino ha sede l’Accademia della Patata, tre piani con una banderuola di ferro sul tetto. Al secondo piano c’è una stazione da radioamatore, l’unico apparecchio moderno dell’Accademia sopravvissuto al degrado. L’Accademia ha un cortile. “Un tempo era pieno di carrette e camion. Ora non c’è nessun veicolo tranne la bici del responsabile, un uomo di oltre sessant’anni”. Salto nel passato: Remo è sceso in strada e guarda dal basso il palazzo in cui Jan sta ancora dormendo. Ha intenzione di portargli avocado, latte e buone notizie. Le buone notizie sono che Morán inizia a lavorare al supplemento culturale del giornale “La Nacíon”. Con quello che guadagna, lui e Jan vivono 8-9 giorni. Ad altri 10 giorni Remo fa fronte scrivendo articoli trash per una rivista di pseudostoria scandalistica, “Historia y Mundo”. Per i rimanenti 10 giorni Jan e Remo li mantengono i loro genitori mandando soldi da casa. Schrella non esce quasi mai di casa, al massimo fa un giretto su avenida Insurgentes, non più di due isolati. Passa tutto il giorno chiudo nella stanza che hanno preso in affitto a fare Dio sa cosa…

Lo spirito della fantascienza è il ribollente brodo primordiale da cui è nato I detective selvaggi e – in un processo di superfetazione che a ben vedere è la chiave di volta dell’opera intera del compianto Roberto Bolaño – da cui hanno germinato altre storie e altri personaggi dello scrittore cileno. I primi accenni a questo romanzo si trovano nella corrispondenza di Bolaño risalente al 1980, ma sappiamo per certo che egli ha continuato a lavorarci fino al 1984, quando ha deciso di accantonarlo per dedicarsi ad altri manoscritti. Così Lo spirito della fantascienza avrebbe potuto rappresentare l’esordio dello scrittore cileno, e invece è il suo ennesimo libro postumo ad arrivare in libreria, circostanza che se da una parte certifica una straordinaria prolificità (si tratta peraltro spesso di romanzi lunghissimi, assai complessi), dall’altra ci racconta di un Bolaño esigente e severo con se stesso fino all’inverosimile, dato che a quanto pare riteneva che opere di livello così alto non meritassero la pubblicazione. Lo spirito della fantascienza è rimasto nel proverbiale cassetto fino al 2016, quando è stato pubblicato dalla casa editrice spagnola Alfaguara, per la prima volta quindi non più dallo storico editore di Bolaño, l’Editorial Anagrama di Jorge Herralde: la circostanza in Spagna ha suscitato un vespaio di polemiche. Il romanzo, seppure giovanile, è già puro Bolaño al 100%: salti temporali, bildungsroman, surrealismo, metaletteratura, ibridazione tra fiction e non-fiction, la capacità innata di comunicare al lettore un senso di straniamento e angoscia crescente che fa sembrare qualsiasi storia un thriller. Un formidabile mosaico che racconta – mettendo insieme i pezzi – la vicenda umana e culturale di due ragazzi appassionati di poesia l’uno e di science-fiction l’altro nel Messico degli anni ’70. E nel farlo, come ci si aspetta da ogni libro del geniale scrittore cileno, racconta tanto altro, anche esotericamente, lavorando a livello inconscio, subliminale. In appendice troviamo le riproduzioni del quaderno su cui – come era abituato a fare (ma non è un gesto da caricare di significati rivoluzionari, era la norma in epoca pre-computer) – Bolaño ha vergato il manoscritto, con tutte le diverse versioni, le correzioni e le annotazioni, a testimoniare la travagliata gestazione di un libro che sarebbe stato un peccato mortale lasciare nel cassetto di cui sopra.



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