Lo stordimento

Lo stordimento
«Quando il vento tira da ovest, la puzza è di uovo marcio. Quando soffia da est, c'è come un odore di zolfo che prende la gola. Quando viene da nord, ci arrivano addosso fumi neri. E quando il vento si alza da sud, cosa che per fortuna capita di rado, c'è davvero tanfo di merda, non esistono altre parole». Questo pezzo di terra sudicio, depresso e insalubre, che si si ispira alle periferie industriali delle moderne metropoli, è il teatro delle imprese di un ragazzo senza nome e senza età, della sua povera e amata nonna, con la quale egli vive, e di Borsch, suo amico e collega al mattatoio. Quali imprese? Beh, nessuna in particolare, perché il semplice fatto di vivere in un luogo dal quale chiunque fuggirebbe, significa trasformare la routine quotidiana in una continua sfida alla sopravvivenza. E così, anche solo andare a lavoro la mattina può diventare un'avventura, quando la nebbia è talmente fitta da costringerti a dormire per strada o quando i cani randagi nei quali corri il rischio di imbatterti, assomigliano a lupi famelici assetati di sangue. Poi, se al mattatoio riesci ad arrivarci, non è escluso che il capo invece di uccidere una vacca, spari per sbaglio su uno dei suoi dipendenti. E dirlo alla vedova diventerebbe un'impresa, soprattutto se ci vai con un amico non ci sta troppo con la testa e che ha l'hobby di pescare pesci geneticamente modificati causa scarichi tossici delle fabbriche vicine; senza considerare che rischieresti di avvicinarti troppo all'aeroporto, dove non è escluso che la turbina di un vecchio aereo intento a prendere quota ti cada sulla testa. L'unica soluzione a questo inferno quotidiano? Andare via. Ma cosa fare quando ti senti un disgraziato senza arte né parte? Quando fare le valigie può addirittura sembrare un prezzo troppo alto da pagare, nonostante tutto?
La domanda ce la pone Joël Egloff, scrittore e sceneggiatore francese classe 1970, che giunto alla sua terza e più felice fatica letteraria, subito insignita del prestigioso Prix du Livre Inter (2005), si diverte e ci diverte nel mettere i suoi personaggi in una situazione estrema e a tratti surreale, cedendo ai registri comici, tanto quanto agli effetti tragici. La sua cifra stilistica asciutta e il suo lessico preciso e musicale che tanto profuma di Kafka e di Gogol, di grottesco e di humour nero, ci regala un ritratto degli "ultimi" di una società deformata ma riconoscibile, senza esagerare con le descrizioni e con lo scavo psicologico, ma raccontando semplicemente ciò che queste macchiette fanno quotidianamente, facendole muovere come delle pedine su una scacchiera sospesa in uno spazio e in un tempo indefinibili, ma allo stesso modo concreti e tangibili. E così, quasi incredibilmente, ti ritrovi ad immedesimarti in un eroe senza qualità al quale l'autore non si degna neanche di attribuire un nome e, alla fine, quel "tanfo di merda" quasi quasi lo senti. Divertimento e partecipazione emotiva sono garantiti.

 

 

 
 
 
 
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