L'officina del diavolo

L'officina del diavolo
Terezin è una cittadina non lontana da Praga dove, negli anni del Nazismo, furono deportati moltissimi ebrei alla volta di Auschwitz. È una città rurale e semplice, costruita con caldi mattoni rossi dentro antiche mura. Tra queste mura crescono molte erbacce ed è compito delle capre ripulirle. Un uomo pascola queste capre intorno al perimetro di un borgo ormai fatiscente, povero e abitato da figure strampalate e apparentemente fuori dal mondo reale. È figlio di un militare e di una donna divenuta pazza in seguito agli orrori e alle paure subite durante gli anni più bui del totalitarismo. Ma l'uomo, dopo una fanciullezza burrascosa che lo vede anche in prigione, decide di approfittare del male vissuto da lui stesso e dalla sua famiglia, e costituisce una sorta di comunità hippy per custodire la memoria del campo di concentramento e per trarne vantaggi economici. L'attività va in porto e richiama moltissimi “turisti dell'orrore” da ogni parte d'Europa. Spesso si tratta di nipoti dei soldati e degli ebrei morti, giovani che hanno sviluppato un vera e propria ossessione per il passato da cui provengono, un'ansia per quella storia, per il fatto che potrebbe ripetersi, per la malvagità estrema di cui l'uomo è capace. Terezin diventa così un reale business turistico di massa, un museo della commemorazione ma anche della curiosità più morbosa, la stessa che spinge alcuni turisti globetrotter a farsi fotografare accanto agli scenari dove si effettuarono torture e omicidi. Successivamente, la comune è smantellata e l'uomo suo fondatore parte per la Bielorussia dove un gruppo di opposizione al governo, che sta organizzando un progetto simile,  lo aspetta per avvalersi della sua consulenza di “esperto in rivitalizzazione di luoghi di sepoltura” e creatore del “Jurassic Park dell'orrore”...
Il romanzo dell' (intelligentemente) anticonformista  Topol, scritto in maniera diretta e semplice ma mai scontata, dimostra come si possa ancora parlare di totalitarismo, nazismo e genocidio senza cadere nella trappola del luogo comune o della ripetizione faziosa di slogan o sentenze già dette e ripetute centinaia e centinaia di volte. Anche nel trattare il rapporto tra est e ovest, attraverso la voce  tutta coscienziale dell'anonimo narratore e protagonista del romanzo, Topol riesce a cogliere le sfumature più tenui e sottili delle due culture e a suggerire differenze che non si limitano solo all'influenza delle rispettive eredità storiche. In questo senso, L’officina del diavolo pare essere una definizione che vale per molteplici realtà: dalla comune hippy che fa soldi sui mali più estremi della nostra storia, al totalitarismo nazista o comunista, il capitalismo occidentale, il potere assoluto del denaro e, soprattutto, l'attualissima spettacolarizzazione delle emozioni che causa l'infiacchimento estremo delle stesse.

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