Loney

Loney
Il Loney. Per niente facile definire quel tratto di costa del Lancashire nel Nord Ovest dell’Inghilterra; le parole più adatte sono “strano nulla”. Come tutte le cose pericolose, con le sue maree assassine e le sue paurose leggende, questo posto aveva sempre esercitato una irresistibile attrazione per i due fratelli Smith quando in occasione della Pasqua, con i loro genitori e il ristretto gruppo di fedeli del Saint Jude guidato dal severo Padre Wilfred, si recavano da quelle parti per un ritiro di penitenza, per pregare in un antico santuario e chiedere grazie presso una fonte sacra. Soprattutto una grazia miracolosa, in verità: guarire Hanny, uno dei due ragazzi Smith dal suo mutismo. Quando Padre Wilfred era morto in circostanze che avevano creato disagio al gruppetto, in aggiunta a quello creato dal profondo e misterioso turbamento del sacerdote all’indomani dell’ultimo pellegrinaggio al Loney, l’usanza era stata interrotta per qualche tempo. Niente sarebbe più stato uguale dopo la morte di Padre Wilfred. Poi al Saint Jude era stato assegnato il giovane Padre Bernard e la tradizione era stata ripristinata: la signora Smith non aveva alcuna intenzione di rinunciare al miracolo per suo figlio; in fondo bastava ricreare le stesse vecchie consuetudini e i rituali cui erano abituati con Padre Wilfred. Gli anni ’70 volgevano al termine, e il Loney era ancora lì con i suoi misteri, le sue nebbie, le sue maree che ogni volta mutavano il paesaggio, con i suoi luoghi impregnati di vecchie storie quasi che il tempo stagnasse da quelle parti come acque putride in una palude, con i suoi riti pagani e antichissimi, con i suoi abitanti sempre poco contenti di ritrovarsi estranei tra i piedi. Ma quello che successe quell’anno ai fratelli Smith fu spaventoso quanto incomprensibile, e a niente è servito seppellire tutto a fondo nella memoria. Il passato, dopo trent’anni, è tornato, riesumato da una frana, e Tonto (l’altro fratello così soprannominato da Padre Bernard) deve tornare come allora a proteggere Hanny, anche se lui, ormai da tempo, crede di non averne più bisogno. Tonto, allora, sente di dover ricostruire i terribili eventi di quella Pasqua lontana. Ma se i giornalisti arrivassero a Londra a fare domande, se Hanny dovesse ricordare ciò che la sua mente ha cancellato pur continuando a fargli paura…

Loney è il primo romanzo dell’inglese Andrew Michael Hurley, insegnante di Letteratura Inglese e Scrittura creativa e autore di una raccolta di racconti. Uscito in 300 copie per Tartarus Press, piccolo editore specializzato in romanzi dell’horror e soprannaturale, è stato poi ripubblicato da John Murray, “editore di lungo corso” come si dice nella prefazione, ottenendo un clamoroso successo fino alla vittoria del Costa First Novel Award 2015. Difficile definire questo romanzo, ma la presenza di riti macabri, tradizioni pagane, tassidermisti folli, diari smarriti che celano segreti inconfessabili, antiche leggende, magia nera, mescolati ad atmosfere cupe nutrite del mistero eterno delle maree e di paure nascoste tra fitte nebbie, ne fanno sicuramente un gotico moderno in perfetto stile anglosassone. Le ossessioni religiose di una piccola comunità regolata sull’idea semplice di peccato e colpa da espiare grazie ad una guida severa, sono l’ossatura di una storia che comincia quando le certezze entrano in crisi. Questo accade nel momento in cui la guida stessa vacilla nel suo credo, e grazie ad un luogo spietato e crudo si scopre inerme e nudo davanti al semplice meccanicismo vita/morte nel quale non c’è spazio per nessuna religiosità e nessun dio. Ma la comunità preferisce scegliere un’altra verità – non ne sopporterebbe una diversa – e si rifugia nella religiosità bigotta e morbosa che attanaglia tutta la storia. “Ci sono solo versioni diverse della verità. E ad amministrarle sono sempre gli strateghi più forti e preparati”. Chi si aspetta azione e ammazzamenti rischia però di rimanere deluso: la narrazione sembra sempre sospesa in un limbo che non horror, né soprannaturale, neppure propriamente magia, eppure è tutto questo allo stesso tempo. Molto è suggerito, insinuato, poco il detto e il descritto; l’inquietudine, la paura, lo sgomento serpeggiano ma come attutite, filtrate, eppure esaltate attraverso le spesse nebbie mefitiche del Loney. La suggestione cui il lettore è soggetto è una specie di disorientamento attraverso passato e presente raccontati da Tonto, la voce narrante, fino a che ogni tassello del mosaico va al suo posto. Le descrizioni dei luoghi hanno un ruolo determinante e sono quanto mai funzionali all’atmosfera del racconto. Ci sono, insomma, tanti elementi che portano a pensare che il giudizio entusiasta di Stephen King riportato dalla bandella sia autentico, dal momento che si tratta degli stessi temi cari al Re. Bella nella sua nitida essenzialità anche l’inquietante copertina. Danny Boyle, il regista di Trainspotting, ha acquistato i diritti e porterà Loney al cinema: uno dei quei casi in cui è quasi certo, per la natura stessa del romanzo, che ne verrà qualcosa di buono.

 

 

 

 
 
 
 

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