Lontano

Lontano
Celeste, donna da sempre sola, con la paura degli uomini tanto che si dice non abbia mai amato, dalla fibra forte simile a quei legnetti dolci e gialli sotto la scorza che si succhiano, attorno cui ruota il più assoluto mistero. La visita al palazzo e allo zoo del sultano in Malesia, la discussione sui difetti, virtù e affinità tra uomini e animali e il faccia a faccia con la tigre che dimostra la sua supremazia. L’incontro con Truman Capote all’Harry’s Bar di New York accompagnato da Marylin Monroe e un ballo fugace con lei, nel ’51, quando ancora beveva latte bollito, presto sostituito da cocktail micidiali. Un viaggio a Cuba insieme a Giancarlo Feltrinelli e Valerio Riva per girare un documentario per la RAI su Fidel Castro, preparato e mai andato in onda. Le cene solitarie alle 7:30 puntuali da Honorine e Raffatin con pâté de campagne, della chèvre e, per finire, la prune in bottiglione, unico momento di socialità, prima del desolato ritorno allo sperduto hotel in Rue Washington a Parigi. Il misterioso Signor Tod, di cui nessuno conosce le complete generalità, correttore di bozze, piccolo, con la faccia gialla, una moglie infedele, forse una spia inglese, la notizia della sua sparizione e della presunta morte…
Agli inizi degli anni ottanta, Goffredo Parise pubblica per Il Corriere della Sera una serie di elzeviri che avevano come denominatore comune la testatina “lontano” e come filo conduttore ricordi di viaggi, memorie, impressioni, ritratti di personaggi incontrati nei tanti momenti di evasione. Sono questi brevi racconti, raccolti postumi, a costituire Lontano. Chi conosceva Goffredo Parise lo definì un uomo dal “talento biologico”: aveva cioè la piena consapevolezza, non certo che sarebbe morto, ma di quando questo sarebbe accaduto. L’autore percepisce da sempre che la vita non gli si sarebbe concessa tanto a lungo: è forse questa la ragione per cui si innamora dell’esistenza, la gusta appieno, viaggia nei confini più remoti della terra – Europa, Asia, America -, il motivo per cui non rifiuta mai un incontro, che va e che viene in un errante peregrinare che lo porta a scrivere, a lasciare sulla carta la testimonianza di avere vissuto. Questo sentimento, questo senso della precarietà e fragilità dell’essere lo si ritrova in tutti i racconti simili a intermittenze di emozioni, di ispirazioni che rivelano tuttavia - nonostante Parise fosse un cittadino del mondo - un uomo profondamente solo che amava scrivere quasi più per se stesso che per arrivare al lettore. Come la sua vita, la prosa di Parise è agile e scattante, nomade, scevra da convenzioni e dettami; una scrittura che in parte aderisce alla realtà ma che al tempo stesso se ne estranea, producendo di quando in quando una sorta di raggiunta liberazione, di briglia sciolta, di sollievo. Per chi ha amato Parise e i suoi Sillabari, Lontano ne è la quintessenza, la propulsione e lo sviluppo, la proiezione verso il futuro. Non si fa in tempo ad ambientarsi, ad addentrasi nel racconto che già l’atmosfera è cambiata, i volti sono mutati, il tempo è altro. L’esigenza di vivere la vita, il bisogno di conoscenza si percepiscono sottili, lì annidati nelle pagine, e travolgono nel desiderio di afferrare l’afferrabile, di allontanare il senso di solitudine, il peso del tempo che fugge, di esorcizzare il pensiero della morte come in una partita a scacchi nella quale il vincitore, si sa, è già scontato.

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