L'ospite

L’ospite
Ci sono case che sembrano fatte apposta per ospitare qualche spettro inquieto; antiche magioni che con il loro aspetto trascurato eppure altero, antiquato e involontariamente sinistro farebbero venire qualche brivido anche al più spavaldo degli uomini, se dovesse passarci una notte da solo. Hundreds Hall appartiene certamente a questa categoria. Un tempo dimora sfarzosa dei facoltosi Ayres, gli anni dei suoi fasti sono mestamente passati, assieme alla ricchezza di una famiglia ormai quasi sul lastrico e provata da lutti e tribolazioni. Angustiati da spifferi gelidi e infiltrazioni d’acqua, impotenti davanti allo sfacelo della loro casa, la vedova Ayres e i suoi due figli, Roderick e Caroline, vivono nelle ristrettezze più umilianti, ma senza aver accantonato l’orgoglio della loro nascita privilegiata. Una situazione così penosa, la loro, da giustificare il profondo malessere di Roderick, già sfigurato dalle ferite di guerra e ora responsabile delle sorti della tenuta. Ma se dietro la sua crescente inquietudine non ci fossero solo nervi tesi allo spasimo? Se qualcosa di malvagio si annidasse nella vastità decrepita di Hundreds Hall e avesse deciso di vendicarsi dei suoi abitanti? Decisamente scettico su una simile ipotesi è il dottor Faraday, sebbene gli incidenti – ora insignificanti, ora tragici – si moltiplichino, come orchestrati da una regia occulta...
Quel gran torturatore di nervi che è Stephen King una volta ha rivelato un trucchetto facile facile (e valido ovunque: in letteratura come al cinema o a teatro) per tenere con il fiato sospeso lettori e spettatori: mantenere l’orrore fuori dal campo visivo, farlo intuire ma non mostrarlo direttamente, in modo da poter sfruttare l’immaginazione del pubblico per renderlo ancora più… orroroso. Dietro una porta chiusa, infatti, un mostro ce lo possiamo immaginare come peggio crediamo, e l’incertezza sulle sue fattezze lo renderebbe inquietante all’ennesima potenza. Se invece quella porta si aprisse, rivelando, che so, una creatura alta tre metri, con quattro braccia e tre occhi, potremmo sempre pensare: beh, poteva andar peggio, poteva esser alta cinque metri e avere sei braccia e cinque occhi! Questo trucco, apparentemente elementare eppure efficacissimo, Sarah Waters lo ha applicato in modo ineccepibile, ma ancora più “crudele”: nel suo romanzo, quando qualcosa di terribile sta accadendo, le porte rimangono tutte chiuse a doppia mandata (in senso figurato e non), e si aprono solo per svelare macabri scenari, apparentemente privi di qualsiasi componente sovrannaturale. Apparentemente… L’ospite, in effetti, è un esempio da manuale di quello che Todorov avrebbe definito “fantastico”: qualcosa di strano è accaduto a Hundreds Hall, la morte ha strisciato gelida nei suoi lugubri corridoi, per tutto potrebbe esserci una spiegazione razionale e invece l’ipotesi sovrannaturale non può essere scartata, forse un fantasma è passato davvero di lì, manipolando gli eventi come un burattinaio sadico – impossibile escluderlo una volta per tutte. Resterà quindi nel dubbio, il lettore, ma certo non dubiterà del talento di questa scrittrice inglese arrivata al quinto romanzo senza sbagliare un colpo, abilissima nelle ricostruzioni storiche (dalla Londra vittoriana alla campagna inglese del secondo dopoguerra) e assolutamente a suo agio anche con le cupe atmosfere della (presunta) ghost story, tanto da regalare alcuni momenti davvero inquietanti e da lasciare addosso un perdurante senso d’angoscia. Garantiti turbamenti notturni per eventuali scricchiolii o rumori sospetti. Perturbante.

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